Fumarsi

Una volta eravamo dei ragazzini.

Mentre eravamo dei ragazzini si doveva decidere come procedere e chi baciare.

Baciare, tipo che non l’avevi mai fatto prima.

Quando non sai se la tua lingua è uno strumento di piacere o un ostacolo o semplicemente un accessorio che può anche restare fuori dalla scena.

E insomma, si doveva baciare.

Non s’era mica programmato, no. Era nell’aria e nei gesti che diventavano ondulati e incerti, sotto una specie di sole, ma, più che un sole, un uovo alla coque nel cielo.

Si stava quasi per baciare, ma era troppo.

Per alleggerire quel troppo si fumò una sigaretta.

Eravamo ragazzini, ma si fumava per esorcizzare proprio ciò che eravamo e che non potevamo accettare.

Si fumò una sigaretta in due, perché costavano troppo e i soldi no, neanche allora.

Un tiro ciascuno. Che era un po’ già darsi un bacio e mischiare qualcosa e dirsi sotto sotto: vorrei che questa sigaretta fossi tu, tutto intero, tutta intera, dedicati, persi e devoti.

Mi dicesti: “alla fine della sigaretta, mi dirai se posso baciarti”.

Io feci la dura e aspirai più forte, quasi a dirti: “guarda che decido davvero e poi tocca a te, perché tu sei il maschio, io la femmina e la tv dice che è tutta responsabilità tua se il bacio viene una merda imbarazzante”.

La sigaretta stava per finire. Cenere dappertutto e ancora occhi altrove, senza sapere che fare.

Allora ti lasciasti andare in una risata che era tutto.

“Stai per fumarti pure il filtro”.

La feci cadere, quella sigaretta, smarrita, risentita, piena di desiderio.

La tua bocca io me la ricordo ancora. Amara e tremante, drogata di poesia e di giorni che poi non avremmo vissuto.

Presi a fumare solo per questo, credo. Per replicare quel momento all’infinito, nei giorni che non avremmo mai vissuto.

Scorta

– Quello chi è? – provai a chiedere, ma non riuscii a controllare il tono.

In fondo, non ci si vedeva da mesi e io mi portavo dietro quella voglia invadente di ascoltare, raccontare, spaccare il capello in quattro come facevamo ogni volta che eravamo insieme.

E lui, invece, non era venuto da solo.

– Nessuno, non è nessuno – si abbottonò il cappotto perché era novembre e l’aria del centro città s’incanalava in modi malvagi tra gli edifici.

Prendemmo a passeggiare in modo automatico, quei gesti che ti vengono quando tutti gli altri gesti sembrano paralizzati e perduti dentro l’impossibilità di capire.

L’uomo ci seguiva a quattro o cinque passi di distanza.

– Non mi avevi detto che saresti venuto con un collaboratore, potevi dirlo – mi spostai la borsa da una spalla all’altra per non porre ulteriori barriere tra noi.

– Non è un collaboratore. Ma dimmi di te, ti prego. Sai cosa non sono capace di fare? Sapere poco di te. Non lo so, è come se avessi meno sangue del previsto in corpo. Qualcosa s’inceppa e non sa trovare una strada.

Gli ispezionavo il profilo con stupore. Cosa mi stava chiedendo di fare? Di ignorare un estraneo a meno di un metro da noi? Un estraneo che era arrivato con lui?

Provai a stare al gioco, confidando che una spiegazione sarebbe arrivata. Intanto, con la coda dell’occhio coglievo la sagoma dell’uomo, il suo incedere prudente e ritmato. Aveva scarpe da tennis e pantaloni pesanti. Mani in tasca. Forse una cicatrice vicino alla bocca. Ma non ero certa.

– Vediamo, cosa posso raccontarti di poco compromettente?

Mi ha preso sotto braccio e, continuando a camminare, ha farfugliato una risposta a caso. Non mi stava ascoltando, ma, ogni passo, mi stringeva di più.

A quel punto, ho finto di voler vedere una vetrina e mi sono fermata. Lui si è fermato, l’altro si è fermato. Ho squadrato l’uomo che ci seguiva per accertarmi che fosse vero. Poi ho visto la pistola.

Un leggero riflesso sulla vetrina ne ha rivelato il calcio. È sparito subito.

Mi sono voltata. Lui guardava un punto sopra la mia testa, le labbra strette, un po’ di condensa sugli occhiali.

Gli ho preso la mano. Era grande e morbida.

– Ti ricordi quando siamo stati a Malta? – ho ripreso a camminare, stringendo più forte, cercando di strapparlo alla follia di quel momento. Di tutti i momenti. E di regalargli un pizzico di normalità.

La normalità non mi è mai sembrata così speciale.

 

Queste poche righe sono dedicate a tutti coloro che, per motivi che non si possono neanche immaginare, vivono sotto scorta.

Alle loro compagne.

E alle loro scorte.

Per strada, per caso

Si stava bene a casa sua. Usavamo il tavolo della cucina per studiare, nonostante entrambe non avessimo più l’età per farlo. Quel fatto di essere fuori tempo massimo ci aveva avvicinato senza bisogno di tante spiegazioni.

Da quando, quel primo giorno di università, lei si era seduta accanto a me, aveva estratto come un’arma un costoso blocco per appunti e una penna a sfera col suo nome inciso sopra, io mi ero ritrovata per caso una matita in tasca e il registratore non mi funzionava. Eravamo entrambe un disastro, ognuna a modo suo, ed era stato amore.

Nei pomeriggi di caffè e alta voce, fluiva, mimetizzato in mezzo alle nozioni, il racconto del nostro passato, del nostro presente e delle ambizioni future.

– “Appena piglio sta laurea, ti faccio vedere se non riesco a cambiare lavoro..”

– “Appena piglio sta laurea, me ne vado da questo posto di merda e ricomincio da capo..”

Ci porgevamo lo zucchero, ci passavamo gli appunti, respiravamo l’odore della pizzeria sotto casa ed era una meraviglia starsene al sicuro di ciò che una rappresentava per l’altra. Anno dopo anno. Intrecciate come fili di paglia di una stessa sedia, dentro l’osteria chiassosa che era tutto il resto.

La sua maternità senza un compagno vicino, il mio difficile rapporto coi coetanei, il suo lavoro in ospedale, le mie ambizioni, i tentativi, il doverci sempre accontentare.

E la maledetta laurea come obiettivo comune, come leva per sollevare il mondo o, quantomeno, le botole nelle quali eravamo state costrette a forza dalle contingenze e dalle necessità.

Morì il suo gatto. Pianse forte, poi piano, poi più forte e crollò sul divano maledicendo ogni singola scelta della sua esistenza.

Le accarezzai la spalla pianissimo e m’inventai un silenzio ancora più denso del silenzio perché potesse posare a terra le lacrime e consentire alle ferite di avere fine.

Il giorno della nostra laurea io pensavo a quel gatto e alle ferite che non hanno fine.

Ho continuato a pensare a quel gatto per anni, anche quando abbiamo smesso di vederci, sentirci, parlarci.

Forse ci pensa pure lei.

Magari una volta glielo chiedo.

Magari una volta ci incontriamo di nuovo per strada, per caso.

Testamento

Istruzioni per l’immediato futuro. Il vostro, non il mio: io sarò andata a fare l’energia impalpabile altrove.

  • Ho qualche soldo sul conto, divideteveli senza scannarvi perché, davvero, è deprimente pensare a ciò di cui sono capaci le persone quando credono di non essere viste.
  • Una somma deve andare all’Associazione contro la SLA. Sono cazzi miei perché.
  • Se sono trapassata senza spappolarmi, per favore, donate gli organi, tutti. Spero solo non vadano ad alimentare l’esistenza di qualche testa di cazzo, ma è un rischio che va corso.
  • Vendete la macchina e non fatevi fregare: andate all’appuntamento con Quattroruote sotto il braccio e uno sguardo corrucciato. La gente spicciola si fa fuori con due mosse di sopracciglia.
  • Non mi seppellite in un posto scomodo. Non verranno in molti a trovarmi, ma, a quei pochi, non vorrei rovinare la vita anche da morta.
  • Se non potessi essere cremata e vi toccasse vestirmi, usate il tailleur grigio appeso in armadio, tutto a sinistra: attendevo da anni un’occasione speciale per indossarlo.
  • Se, negli ultimi tempi, mi sono rincoglionita e sono corsa nuda in giardino, brandendo un cucchiaio di legno, nel mezzo della notte, vi chiedo scusa. Ma ammetterete che, in qualche modo, è stato divertente.
  • Se avete staccato la spina, avete fatto bene: l’idea di occupare un letto a vuoto mi avrebbe atterrito e dato gli incubi. E poi c’è un disperato bisogno di prese nel mondo.
  • Computer, telefoni, supporti digitali: distruggete tutto. Sono morta, non sprovveduta.
  • Se un pochino mi avete voluto bene, non parlate di me a pranzo o a cena con nessuno. Odierò essere argomento di conversazione fino alla fine del mondo, con o senza corpo.
  • Ricominciate e non puntate alla felicità o alla serenità (sentimento spregevole), puntate alla soddisfazione. Io ho fallito, ma voi no. E so di gente che ce l’ha fatta. Almeno così dicono.
  • Questo elenco serve a non farvi rimanere in difficoltà, a non farvi restare imbarazzati, impreparati, indeboliti dal dubbio. Non lasciate conti in sospeso neanche voi. Chi vi ama, ve ne sarà grato.

Di mio padre ricordo quando gli porgevo la cornetta di un telefono giocattolo e lui faceva “pronto?” scatenando la mia gioia e profonda soddisfazione.

Cenava tardi perché tornava tardi. Tornava tardi perché la vita era dura. Io non lo sapevo ancora e segnalavo la mia presenza attraverso piccoli gesti rompicoglioni che non sembravano infastidirlo più di tanto. Forse gli davano addirittura la misura del perché si fosse scelto quella vita.

Spesso cenava con delle uova all’occhio di bue e io gli prendevo la forchetta e spappolavo i rossi, facendoli colare ai bordi del piatto. Lo facevo tutte le volte. Lo facevo quattro sere alla settimana.

Lui guaiva per finta, io ero entusiasta. Poi mia madre mi prendeva e mi sbatteva da qualche parte perché “non disturbiamo papà che mangia”. Mi ricordo di loro due che parlottano durante il pasto senza ridere neanche una volta perché, se la vita è dura, in fondo, che cazzo ti ridi?

Si addormentava sul divano e russava fortissimo. Io lo fissavo per capire meglio la natura di quella presenza-assenza che si materializzava la sera tardi e svaniva la mattina presto. Come un sogno, come un fantasma o un semplice prodotto della mia mente.

Con la luce del giorno sapevo che non lo avrei trovato da nessuna parte e mi attaccavo alla gonna di mia madre cercando attenzione. Non sapevo come spiegarglielo, poiché conoscevo sì e no una decina di parole, ma avrei voluto confrontarmi lungamente con lei e approfondire le questioni legate alla vita dura, ai telefoni giocattolo, alle uova spappolate e a quel tizio che viveva in casa con noi, ma era sempre altrove.

Quando mi andava proprio bene, riuscivo a dirle: “Pà!..”, lei neanche mi cagava. Forse pensava stessi facendo esercizi di dizione e mi carezzava i capelli finissimi e biondi. Non era un gran risultato in termini concettuali, ma le coccole mi parevano comunque meglio di niente. Dimenticavo in fretta le mie ambizioni e tornavo ad afferrare il telefono giocattolo.

Certe volte Pà non tornava proprio e, infrangendo ogni mia convinzione sul ritmo delle sue apparizioni, si faceva vedere di mattina presto, mentre chiudeva dietro di sé la porta di casa pianissimo.

Mia madre gli passava accanto paonazza di dispiacere, ma non si fermava a parlare con lui, a chiedergli spiegazioni. Gli passava solo accanto e lo guardava, poi procedeva il suo percorso verso altre stanze della casa.

Lui mi sfiorava i capelli per qualche istante, poi si infilava sotto la doccia.

L’alba si consolidava rapidamente in giorno e noi tutti giocavamo alla famiglia felice.

Crescere non ha prezzo

Le cose si imparano mentre si imparano. Non prima né dopo. Non c’è neanche un secondo di margine per spazzolarsi i capelli o accertarsi che la schiena sia dritta. È tutto spaventosamente in diretta.

Così, quella volta, mentre imparavo a fare la donna, cercando di entrare in contatto col mio istinto, mi trovavo in un ristorante a picco sul mare e indossavo un vestito che lasciava poco all’immaginazione, sopra un fisico che decisamente non poteva permetterselo.

Tra le cose che impari in diretta, non prima né dopo, c’è che, sotto un vestito di un certo tessuto, non è bene indossare mutande e reggiseno, poiché, esteticamente, risulti un calcio in culo.

Ma siccome non sei ancora una donna fatta e finita, e siccome non hai messo in valigia nessun altro abito adatto al ristorante a picco sul mare, non ti passa proprio per la testa che potresti scappare un attimo alla toilette, sfilarti tutto, ficcare la stoffa del peccato in borsa e tornare al tavolo, senza agitare troppo le mani o mostrare troppo i denti.

Quindi, ceni con l’incubo della tua biancheria intima che ammicca al cameriere, al tizio del tavolo accanto e, peggio che mai, al quasi sconosciuto che hai di fronte e ti chiede se gradisci vino bianco o rosso. E tu non lo sai. Perché non conosci il vino e non conosci la vita e sei partita alla volta di Genova, con le scarpe basse e i jeans che non ti fanno il culone, per incontrare un uomo che ha il doppio dei tuoi anni e ci hai parlato solo qualche volta per telefono.

Mentre ti impegni a diventare una donna, ti porgono un menù senza prezzi. Nei luoghi che ti rimarranno dentro per sempre, la signora non deve conoscere l’entità del conto e il costo della propria ordinazione: non è elegante.

Hai tra le mani un menù mille volte più elegante delle tue orride mutande color carne perfettamente visibili attraverso il fottuto vestito e lo sconosciuto ti chiede cosa ti piacerebbe mangiare. Ma tu non lo sai perché hai il terrore di scegliere un piatto troppo costoso e di passare come quella pseudo-troietta che è venuta a scroccare la cena luculliana al ristorante a picco sul mare.

Ma, poiché le cose si imparano mentre si imparano, non prima né dopo, è allora che gli sfiori la mano e non gli chiedi di ordinare per te – non sei una bambina idiota, sei una quasi-donna – gli chiedi se gli andrebbe di assaggiare più sapori, in quel caso, si potrebbero ordinare pietanze diverse, qualcosa che piaccia a entrambi, un gesto che avvicini, che crei intimità, anche tra estranei.

L’idea lo addolcisce, ti sorride, inizia a leggere e a raccontarti qualcosa dei piatti della sua terra e tu, invece di ascoltarlo – cosa cazzo te ne frega dei piatti della sua terra – prendi in considerazione per la prima volta da diverse ore, da quando vi siete visti fuori dal tuo alberghetto trovato su internet, che, forse, lui non sta guardando attraverso il tuo vestito, sta guardando te, non sta valutando se c’entri o meno con l’ambiente, sta valutando te, non gli interessa affatto se conosci o meno il vino, gli interessa bere con te. E piacerti.

E ti viene in mente che non si cresce soltanto soffrendo e facendo lo slalom tra le sfighe, ma anche abbandonandosi al piacere dell’impossibile da controllare, della carezza inaspettata, del menù senza prezzi in un posto indimenticabile.

Non sono una signora

E, insomma, hanno iniziato a chiamarmi “signora”.

Da un po’, a dire il vero, ma, fino a qualche tempo fa, ancora albergavano dei piccoli dubbi. Ancora qualcuno titubava, mi squadrava meglio, prima di pronunciarsi, poi, non sapendo decidere, evitava di esprimersi.

Ora è proprio netto: “buongiorno, signora”, “buonasera, signora”.

Dovrei dire: finalmente. Ho desiderato questa condizione. L’ho desiderata come i ragazzini sognano di crescere in fretta e darla in culo ai genitori. Sognano l’emancipazione, la libertà, l’autonomia.

E io pure, esattamente così. Ho sognato di esprimere adultitudine e inequivocabile maturità. Come se questo significasse incarnare il segreto per attirare l’attenzione e il rispetto altrui. La giusta considerazione. Il giusto riconoscimento per il solo fatto di esistere: sono una signora, diamine, mica una bimbetta scema.

L’altro giorno il saluto del tecnico della lavastoviglie è arrivato come un’entrata sugli stichi: “dov’è la signora che la saluto…” io gli ho fatto un sorrisone, ho salutato, poi ho sperato di morire all’istante.

“Che cosa ti è successo?” – ho pensato – “non ricordi quanto hai aspettato momenti come questo? Quanto è sempre stato insopportabile e faticoso dimostrare meno anni di quelli che hai e guardare il mondo da un oblò, annoiandoti un po’?” (scusa, Gianni Togni)

Poi ho capito. Ho capito cosa mi turbava.

La gente non ti chiama signora perché ti percepisce autorevole, ti ci chiama perché ti trova in un determinato contesto, con addosso determinati vestiti, con determinati gesti nelle mani e da per scontato che tu lo sia. Lo sei per forza. Sei sposata con prole o, quantomeno, accoppiata e lavori alle Poste. Fai le ferie ad agosto. Guidi una Panda perchè, diversamente, non sapresti parcheggiare. Hai dei gambaletti color carne da qualche parte, in un cassetto. Esci con le amiche il sabato sera e cerchi di tirare tardi perché solo così ti senti ancora viva.

La gente chiama signora la tua apparenza, non la tua sostanza.

La tua vera sostanza non interessa.

E mi sono rivista chiusa in camera mia o tra le grinfie degli amici dei miei genitori che mi pizzicavano le guance, facendomi piangere, o la prima volta in una banca, che la puttana di sportellista non ci credeva che ero un’imprenditrice o di fronte al pubblico ostile dei primi convegni o quando vado da qualche parte e mi dicono: “…ma che ne sai tu: sei ancora così giovane!”, a immaginare il mio futuro, un futuro nel quale sarei stata più in linea con tutto, più giusta, più adeguata, più affine, più compresa.

Il mio futuro scevro da tante inesattezze.

Ma il futuro è arrivato e le inesattezze sono peggiorate.