Non sono una signora

Non sono una signora

E, insomma, hanno iniziato a chiamarmi “signora”.

Da un po’, a dire il vero, ma, fino a qualche tempo fa, ancora albergavano dei piccoli dubbi. Ancora qualcuno titubava, mi squadrava meglio, prima di pronunciarsi, poi, non sapendo decidere, evitava di esprimersi.

Ora è proprio netto: “buongiorno, signora”, “buonasera, signora”.

Dovrei dire: finalmente. Ho desiderato questa condizione. L’ho desiderata come i ragazzini sognano di crescere in fretta e darla in culo ai genitori. Sognano l’emancipazione, la libertà, l’autonomia.

E io pure, esattamente così. Ho sognato di esprimere adultitudine e inequivocabile maturità. Come se questo significasse incarnare il segreto per attirare l’attenzione e il rispetto altrui. La giusta considerazione. Il giusto riconoscimento per il solo fatto di esistere: sono una signora, diamine, mica una bimbetta scema.

L’altro giorno il saluto del tecnico della lavastoviglie è arrivato come un’entrata sugli stichi: “dov’è la signora che la saluto…” io gli ho fatto un sorrisone, ho salutato, poi ho sperato di morire all’istante.

“Che cosa ti è successo?” – ho pensato – “non ricordi quanto hai aspettato momenti come questo? Quanto è sempre stato insopportabile e faticoso dimostrare meno anni di quelli che hai e guardare il mondo da un oblò, annoiandoti un po’?” (scusa, Gianni Togni)

Poi ho capito. Ho capito cosa mi turbava.

La gente non ti chiama signora perché ti percepisce autorevole, ti ci chiama perché ti trova in un determinato contesto, con addosso determinati vestiti, con determinati gesti nelle mani e da per scontato che tu lo sia. Lo sei per forza. Sei sposata con prole o, quantomeno, accoppiata e lavori alle Poste. Fai le ferie ad agosto. Guidi una Panda perchè, diversamente, non sapresti parcheggiare. Hai dei gambaletti color carne da qualche parte, in un cassetto. Esci con le amiche il sabato sera e cerchi di tirare tardi perché solo così ti senti ancora viva.

La gente chiama signora la tua apparenza, non la tua sostanza.

La tua vera sostanza non interessa.

E mi sono rivista chiusa in camera mia o tra le grinfie degli amici dei miei genitori che mi pizzicavano le guance, facendomi piangere, o la prima volta in una banca, che la puttana di sportellista non ci credeva che ero un’imprenditrice o di fronte al pubblico ostile dei primi convegni o quando vado da qualche parte e mi dicono: “…ma che ne sai tu: sei ancora così giovane!”, a immaginare il mio futuro, un futuro nel quale sarei stata più in linea con tutto, più giusta, più adeguata, più affine, più compresa.

Il mio futuro scevro da tante inesattezze.

Ma il futuro è arrivato e le inesattezze sono peggiorate.

 

Socchiuso

Socchiuso

Al massimo un’ora dopo il suono della sveglia, la gola mi si serra di nuovo.

Pare la porta Santa: pesante pertugio destinato a star chiuso la maggior parte del tempo, finché un evento del tutto arbitrario, fortemente celebrativo, non la costringe ad aprirsi, lentamente e con fatica.

Non del tutto.

Il mio evento celebrativo si calcola in gocce amare e mezze pasticche, perché intere fanno troppa paura e poi mica siamo pazzi.

Ho pensato a questa cosa del “non del tutto”. Mi pareva di ricordare che socchiuso era bello e rimandava a possibilità, raggi di luce che filtrano, chiacchiere che si sentono a distanza e ti fanno capire che c’è qualcuno in giro. E non sei solo. Non del tutto.

Invece, poi, pare non sia così. Che sia più “non ci riesco fino in fondo” e meno “dai, che vedo uno spiraglio”.

Provo a spostarmi dall’altra parte della porta e a spingere, ma non funziona senza appigli.

Ho cercato gli appigli nel buio. Non riuscendo a vederli, me li sono immaginati: forti, colorati, resistenti.

Non ci ho azzeccato mai. Non del tutto.

Mi tocco di nuovo la gola attraverso il collo. Il collo è magro come mai e sento tutto quello che c’è dentro. Conto dei piccoli anelli di cartilagine e li premo, li dondolo, li sposto. Non so piantarla coi tentativi alla cieca. Non del tutto.

Quando arriva l’estate, i mostri sembrano ancora più grossi. Non è vero che la luce li annienta: semmai si vedono meglio, in ogni dettaglio. E, i dettagli, non tutti li possono sopportare, perché, poi, ognuno si chiude a modo suo e se ne torna nel buio. A decidere se c’è davvero uno spiraglio o se lo sta solo immaginando, prima di chiudere gli occhi.

Il dovere di lingua

Il dovere di lingua

A quindici anni si andava a pomiciare al palazzetto dello sport.Una struttura fatiscente che solo dopo molto tempo si sarebbe trasformata nel contenitore dei successi della squadra di Basket locale. Allora pareva più un rudere con diversi angoli ciechi e tanti gradini per sedersi e fare il proprio dovere di lingua. Per raggiungerlo si doveva prendere l’autobus e, naturalmente, non avevamo i soldi per il biglietto. Allora iniziava una caccia agli amici di comitiva più grandi, con la patente, perché potessero accompagnarci a pomiciare. Ovviamente non ci davano retta e ci invitavano a toglierci di torno. Nessuno sapeva chi avesse introdotto quella tradizione così stringente che un po’ di saliva fragile potesse essere scambiata solo in quel posto. Perché non in qualsiasi altro anfratto della città? Ma in un piccolo centro di periferia, a quindici anni, non si pongono domande sostanziali sulla sociologia del petting. Se la pomiciata saltava, si andava in pizzeria a mangiare un trancio di margherita da ottocento lire. Così. Come se fare sesso o addentare del cibo a pochi soldi fossero tranquillamente interscambiabili, senza malattia, senza ansia. Il lavoro di lingua si faceva alla mozzarella e il nostro amore per la vita era totale.

365 giorni col Diavolo

365 giorni col Diavolo

È il 7 maggio 2016 e mio figlio compie un anno.

È un figlio di 184 pagine, con una copertina un po’ così, scelta al volo perché “si deve uscire, si deve uscire subito!”, anche se nessuno capiva perché.

Il travaglio è stato lunghissimo, pieno di intoppi, di cambi di direzione, di litigi e di silenzi.

Cosa sarebbe successo se avessimo usato quel tempo per lavorare, per riflettere, per migliorare, invece che tenerci il muso?

Non lo sapremo mai.

Suo padre, Roberto Renga, dice di essere molto fiero e, nonostante abbia altri figli, lo ha trattato con particolare attenzione e l’ha tenuto in braccio di più, forse perché ne coglieva tutta la fragilità.

È un pargolo difficile da categorizzazione, il nostro, e chiunque abbia cercato di spiegarne con precisione il contenuto, che gli sia piaciuto o meno, un po’ di fatica l’ha fatta.

Come spesso accade, quando il lettore non avverte nettezza, si irrigidisce e rinuncia.

O, semplicemente, si disamora. A me capita in continuazione.

La partita del diavolo presentazione Roma

La partita del Diavolo è un romanzo, ma non esattamente.

C’entra il calcio, ma non come si potrebbe immaginare. C’è la tragedia dell’Heysel sullo sfondo, ma non parla di questo. Ci sono città, quelle che Roberto ha vissuto quando faceva l’inviato, ci sono alcuni miei ricordi, scene che ho davanti agli occhi, nonostante sia passato tanto tempo. Ci sono citazioni e omaggi agli autori che ci hanno colpito.

C’è il ritmo linguistico di un giornalista: asciutto, pochi fronzoli, eventi, la maglia gialla di lui, i capelli verdi di lei, dati, fatti.

C’è la parlantina isterica di un’amante della scrittura tonda e introspettiva: sensazioni, dialoghi, il sesso, la paura, la violenza, in tutte le sue declinazioni, compresa quella dell’amore.

È tutto lì dentro.

Arezzo

Gli editori ripetono che la vita di un libro è lunga, quindi mi sono chiesta quale fosse il mio augurio per questo “coso” negli anni a venire.

A chi potrebbe piacere questo libro? Chi vorrei che lo leggesse? Cosa vorrei che lasciasse?

Queste sono le domande a cui cerco di rispondere ora, visto che, in genere, quando mi intervisto da sola nella mia testa, faccio una porca figura.

E il condizionale è d’obbligo.

Perugia2

A chi potrebbe piacere questo libro?

Forse a chi non ha fissazioni per un genere letterario in particolare, ma vive l’esperienza della lettura come un esperimento che può scoppiargli in faccia o ammosciarsi in un alambicco, senza grossi danni, e va bene comunque, poiché ha assorbito e non è poco

A chi ama pasticciare: mescolare reportage e narrativa, frasi corte e secche con minuziose descrizioni.

A chi non ha bisogno che sia “vero” e realistico perché dal verosimile trae tutto quello che serve per cogliere il punto e provare una qualche piacevolezza o un piccolo interesse.

Chi vorrei che lo leggesse?

Chiunque, ma soprattutto chi non si ricorda cosa è capitato a Bruxelles quel 29 maggio 1985.

Cosa vorrei che lasciasse?

Un senso di inquietudine e di curiosità rispetto a eventi che sembrano contenere dei significati chiari, invece, dietro, ce ne sono molti altri, parcellizzati nella memoria di tanta gente e mai emersi fino in fondo.

Grazie al mio co-autore (senza di lui, nulla sarebbe avvenuto).

Grazie a chi l’ha comprato, letto, fotografato, apprezzato. A chi s’è preso la briga di indicarci le librerie dove c’era e dove no. A chi è venuto alle presentazioni e ci ha abbracciato o stretto la mano o baciato sulla guancia.

A chi l’ha lasciato a metà, a chi non l’ha aperto proprio e anche a chi non è piaciuto.

Non possono piacerci per forza i figli degli altri.

Presentazione Perugia

Non sono una free lance, sono una poesia

Non sono una free lance, sono una poesia

Quella di essere free lance, per me, non è stata una scelta ponderata, come capita a molti dopo anni frustranti in un’azienda, che poi si decide di fare il salto: è stato un colpo di testa.

Venivo da una piccola, ma durissima, esperienza imprenditoriale ed entrare in una grande multinazionale in sostituzione di maternità, di fatto, mi serviva solo per andarmene dalla mia città. Non sapevo quanto sarebbe durato. Il mio problema principale era guidare dentro Roma senza morire.

Ammetto che, per un po’ mi sono goduta il fasullo prestigio che dava avere un ufficio, un badge, l’accesso a dei contenuti riservati, la convocazione ai meeting, anche se ascoltavo solamente. Io, di telefonia, non ci capivo un cazzo. E non ci volevo capire neanche di più. Avevo lo sguardo rivolto all’orizzonte e quell’orizzonte includeva cenare tutte le sere con cracker e formaggio spalmabile davanti alla tv, per non spendere (l’affitto già mi svenava), noleggiare qualche film (ho cercato subito la videoteca più vicina a casa, no, non c’era Netflix), fare amicizia, ma non era indispensabile. Ero in transito: volevo tutto e niente.

Mancava un mese alla fine del mio contratto quando ho deciso di mollare. Così. Senza avere altre offerte di lavoro. Senza capire realmente dove mi portasse quella scelta e cosa ci avrei guadagnato o perso.

Il giorno della mia decisione irrevocabile sono salita all’ottavo piano, dalle risorse umane, due stronze che me le ricordo ancora oggi: una coi capelli rossi tinti, l’altra che non ti guardava mai in faccia.

“Devo lasciarvi”, ho detto. Molto semplicemente.

“La dirigente lo sa?”, sì, lo sapeva. L’avevo informata e non mi era parsa sconvolta. Il turn over in quel posto di merda era consolidato.

Ero così felice di quel salto che sono andata in un forno e ho comprato un vassoio di biscotti.

I colleghi (o meglio, gli ex colleghi) mi guardavano attoniti.

“Sembri sollevata..”

Lo ero.

“Avresti potuto finire il mese, magari ti rinnovavano il contratto”.

“Va bene così”.

“E che farai?”

“La formatrice free lance”.

“Cioè?”

“Non lo so ancora”.

Avevo già la partita IVA della mia vecchia attività: l’avevo sospesa, ma non chiusa. Era stata una mossa saggia. So essere anche saggia quando non sono impegnata a fare come mi gira.

E così è iniziato un gioco di cui non conoscevo fino in fondo le regole e che mi ha fatto invecchiare di dieci anni per ogni anno, mi ha regalato la stessa frustrazione, lo stesso disagio e le stesse paturnie che avevo provato in quei mesi d’azienda, ma moltiplicati per quattro.

Ho conosciuto la sensazione di dovermi inventare il lavoro ogni giorno per vivere e, Cristo, me lo sono inventato. Letteralmente dal niente. Senza competenze. Senza un progetto. Senza esperienza. Senza un business plan. Senza un sogno. Senza aiuto. Senza raccomandazioni.  Senza niente.

E, forse, non sono andata esattamente nella direzione che avevo in testa, ma sono andata.

Ho, quindi, elaborato la mia personalissima visione di questo ruolo: sei una professionista, ma anche una merce, un mezzo, un rapporto costo-benefici, una soluzione temporanea, un cibo che scade e viene gettato, un piede di porco per aprire una serranda difficile, un parafulmini per quando c’è tempesta, un minuscolo Messia, una lavoratrice di serie C, l’ultimo degli invitati, il primo dei colpevoli, la cena cracker con formaggio spalmabile tutte le sere, la spiaggia mentre il resto del mondo è in coda, le 6.30 del mattino tutti i giorni, il linguaggio che deve cambiare ogni minuto, la forza interiore di non ammazzare nessuno, sei un mucchietto di ossa e valore, sei i treni, gli aerei, i panini cattivi nei bar brutti, le colazioni internazionali negli alberghi belli, sei sostituibile, sei eliminabile, sei bravissima, ma anche inadeguata, sei la voce piccina tra le voci grosse, sei senza identità, ma le hai tutte e, se sopravvivi a questo, sei anche la piccola poesia geniale, in mezzo a una vastissima prosa scadente.

La sua Marta

La sua Marta

Una volta stavo con un ragazzo biondo. Se non sbaglio è stato l’unico biondo con cui sono stata insieme. Mio padre diceva che gli uomini biondi non sono uomini, ma credo fosse perché aveva patito la guerra, i tedeschi e i continui stupri dell’unica sorella da parte dei soldati.

Ma, insomma, questo ragazzo biondo faceva l’assistente alla cattedra di storia e non ci amavamo: scopavamo soltanto. Con grande educazione perché io ero una brillante studentessa e lui un assistente alla cattedra di storia, mica degli animali.

Una volta gli venne la febbre e io gli portai dei biscotti al cocco, poi disse che aveva da fare, sia con la febbre che con altre cose importanti, tipo scrivere un libro o non so cosa. Quindi me ne andai poichè ero molto educata e poi non lo amavo. Questo rendeva la questione dei biscotti al cocco o del salutarsi semplice e indolore.

Per qualche mese si uscì insieme: cinema, ristorante cinese. Niente che ci segnasse.

D’estate mi chiese di correggere le bozze del suo libro, chè la sua editor, Marta, forse non ce la faceva da sola. Io mi sentii tutta speciale e passai i pomeriggi di luglio a togliere accenti e a elidere parole che andavano elise.

Mi raccontò di Marta che aveva un debole per lui, ma lui no, boh, forse, non sapeva, poi c’ero io, poi era biondo. Le acque erano confuse.

Arrivò, quindi, il giorno che smettemmo di vederci. Cioè, così, capitò, basta, io non volli più, senza lagne. Lui non era contento e non mi parlò per un po’. Quando uscì il libro mi mise nei ringraziamenti. Tutto qui.

Anni dopo ho saputo che si è sposato con Marta. Che tutte le conoscenze in comune la chiamavano “la sua Marta”. Io non ho mai detto nulla, ma, a me, pareva che “la sua Marta” fosse più che altro “boh, non lo so, poi ci sei tu”, ma, nel tempo, era diventata “la sua Marta”. Dev’essere così che nascono le leggende metropolitane.

L’invito al loro matrimonio lo ha dipindo lui a mano perché, forse, nel frattempo che “boh, non lo so” era diventata “la sua Marta” aveva conosciuto l’amore vero, non quello da stracci di tempo e l’intera sua persona era diventata artistica.

Se non mi fossi tirata indietro, avrebbe spostato la sua Marta?

Non lo so.

Non ne voglio parlare.

 

 

 

 

 

 

L’amore non si flagga

L’amore non si flagga

L’amore non si fonda sulla sommatoria delle doti che apprezziamo in qualcuno.

Se così fosse, sarebbe sufficiente andarsene in giro con una check list a flaggare caselle o a lasciarle in bianco.

La sua formula è infinitamente più sfuggente, imprevedibile, irrisolta e tendente a infinito.

Non si calcola e non si spiega.

Per questo amiamo, per vedere fino a che punto riusciamo a non spiegarci.