Tu, cortesemente, saliva

Voglio prendere un cucchiaino e girarti il caffè.

Ma non uno, tutti. Tutti quelli che prenderai da oggi in poi.

E, quando per una ragione sconveniente non saremo insieme, immaginerò di farlo.

Tu, cortesemente, saliva.

Come ci si aspetterebbe da una brava persona mentre ambisce a un caffè caldo, zuccherato da una donna che, in fondo, gli sta spiegando come diventa il mondo diviso in due: più esatto e, a tratti, più dolce.

La burocrazia o la vita

Insomma, ci stavano rapinando. Non erano neanche le undici di sera e ci stavano rapinando. Erano entrati come semplici clienti, maniche corte e un leggero tanfo alcolico sulla pelle. Ti metti a urlare se entrano due così? Chiami la polizia? Li guardi quell’istante in più, poi cominci a sentirti razzista, i tuoi anni di studi ti bacchettano le dita, i giornali che leggi, i libri che compri, gli ambienti che frequenti, si compattano tutti in un’unica voce gutturale radiofonica che ti spacca in due il cranio: “smettila di aver paura del diverso”.

Non ti puoi permettere la paura perché non fa “persona colta e per bene”.

Ché magari la paura ti salverebbe, ma poi vivresti come una che ha reagito non perfettamente secondo i canoni della reazione d’autore e, dunque, che vita grama sarebbe?

La pistola, forse, era anche finta. Un giocattolo di morte, tenuto con fatica tra dita tozze e sporche. Non mi venne da urlare neanche per la pistola. Un’arma contro ti sveltisce gli occhi, ma rallenta tutto il resto. L’adrenalina la senti, ma non puoi usarla. Il tuo corpo stocca neurotrasmettitori e succhi. Ti trasformi in una provetta gigante. Ristagni. Immobile.

“Restate calmi..” fece uno, con una dizione da attore. L’altro, muto, un passo indietro, cercava di coprirsi la faccia col braccio, come se si stesse proteggendo da una luce accecante.

“I soldi della cassa”, ordinò quello con la pistola. Noi eseguimmo. L’altro capì che non poteva diventare invisibile ai nostri occhi e si rilassò. Prese a ispezionare il negozio, senza mai allontanarsi troppo dal complice e dal raggio d’azione di uno sparo.

Fummo rapidi nell’offrire quel che c’era, sperando di non restarci secchi, incapaci di elaborare altri piani.

“La borsa…” Voleva la mia borsa, cazzo. La paura lasciò il posto alla tristezza, allo scoraggiamento. Visualizzavo l’interminabile procedura per riavere il passaporto, la patente, la carta d’identità, il codice fiscale, le code, il caldo, la lentezza, la maleducazione, la puzza di umanità nei locali, sulle sedie, nell’aria, alzarsi all’alba, il tempo maltrattato, le fototessere spettrali, i soldi, i bolli, i versamenti, altre code, firme, fogli, altri fogli, altre firme, gli occhiali rovinati della signora allo sportello, i capelli tinti del tizio che le spiega come sbloccare il computer impallato, i “premi qui, alt, canc, avvio”, mentre tu fremi e bolli e fingi di sorridere, ma la vorresti tu, un’arma, anche finta, con la quale minacciare e dissolvere la tranquillità incosciente di chi hai di fronte.

“…i documenti….” dissi, con un tono lagnoso e confidenziale, come se stessi parlando con un familiare che mi rompeva le palle e non con uno sconosciuto armato, probabilmente ubriaco, pronto a farmi un buco in testa.

Ci hanno pensato su, ma non doveva essere la prima volta che un italiano si preoccupava più della burocrazia che del denaro o della sua stessa vita.

Mi hanno lanciato un’occhiata di compassione, poi sono usciti senza fretta, tenendo le banconote in mano, rimettendo il ferro nella tasca posteriore dei pantaloni.

Fumarsi

Una volta eravamo dei ragazzini.

Mentre eravamo dei ragazzini si doveva decidere come procedere e chi baciare.

Baciare, tipo che non l’avevi mai fatto prima.

Quando non sai se la tua lingua è uno strumento di piacere o un ostacolo o semplicemente un accessorio che può anche restare fuori dalla scena.

E insomma, si doveva baciare.

Non s’era mica programmato, no. Era nell’aria e nei gesti che diventavano ondulati e incerti, sotto una specie di sole, ma, più che un sole, un uovo alla coque nel cielo.

Si stava quasi per baciare, ma era troppo.

Per alleggerire quel troppo si fumò una sigaretta.

Eravamo ragazzini, ma si fumava per esorcizzare proprio ciò che eravamo e che non potevamo accettare.

Si fumò una sigaretta in due, perché costavano troppo e i soldi no, neanche allora.

Un tiro ciascuno. Che era un po’ già darsi un bacio e mischiare qualcosa e dirsi sotto sotto: vorrei che questa sigaretta fossi tu, tutto intero, tutta intera, dedicati, persi e devoti.

Mi dicesti: “alla fine della sigaretta, mi dirai se posso baciarti”.

Io feci la dura e aspirai più forte, quasi a dirti: “guarda che decido davvero e poi tocca a te, perché tu sei il maschio, io la femmina e la tv dice che è tutta responsabilità tua se il bacio viene una merda imbarazzante”.

La sigaretta stava per finire. Cenere dappertutto e ancora occhi altrove, senza sapere che fare.

Allora ti lasciasti andare in una risata che era tutto.

“Stai per fumarti pure il filtro”.

La feci cadere, quella sigaretta, smarrita, risentita, piena di desiderio.

La tua bocca io me la ricordo ancora. Amara e tremante, drogata di poesia e di giorni che poi non avremmo vissuto.

Presi a fumare solo per questo, credo. Per replicare quel momento all’infinito, nei giorni che non avremmo mai vissuto.

Scorta

– Quello chi è? – provai a chiedere, ma non riuscii a controllare il tono.

In fondo, non ci si vedeva da mesi e io mi portavo dietro quella voglia invadente di ascoltare, raccontare, spaccare il capello in quattro come facevamo ogni volta che eravamo insieme.

E lui, invece, non era venuto da solo.

– Nessuno, non è nessuno – si abbottonò il cappotto perché era novembre e l’aria del centro città s’incanalava in modi malvagi tra gli edifici.

Prendemmo a passeggiare in modo automatico, quei gesti che ti vengono quando tutti gli altri gesti sembrano paralizzati e perduti dentro l’impossibilità di capire.

L’uomo ci seguiva a quattro o cinque passi di distanza.

– Non mi avevi detto che saresti venuto con un collaboratore, potevi dirlo – mi spostai la borsa da una spalla all’altra per non porre ulteriori barriere tra noi.

– Non è un collaboratore. Ma dimmi di te, ti prego. Sai cosa non sono capace di fare? Sapere poco di te. Non lo so, è come se avessi meno sangue del previsto in corpo. Qualcosa s’inceppa e non sa trovare una strada.

Gli ispezionavo il profilo con stupore. Cosa mi stava chiedendo di fare? Di ignorare un estraneo a meno di un metro da noi? Un estraneo che era arrivato con lui?

Provai a stare al gioco, confidando che una spiegazione sarebbe arrivata. Intanto, con la coda dell’occhio coglievo la sagoma dell’uomo, il suo incedere prudente e ritmato. Aveva scarpe da tennis e pantaloni pesanti. Mani in tasca. Forse una cicatrice vicino alla bocca. Ma non ero certa.

– Vediamo, cosa posso raccontarti di poco compromettente?

Mi ha preso sotto braccio e, continuando a camminare, ha farfugliato una risposta a caso. Non mi stava ascoltando, ma, ogni passo, mi stringeva di più.

A quel punto, ho finto di voler vedere una vetrina e mi sono fermata. Lui si è fermato, l’altro si è fermato. Ho squadrato l’uomo che ci seguiva per accertarmi che fosse vero. Poi ho visto la pistola.

Un leggero riflesso sulla vetrina ne ha rivelato il calcio. È sparito subito.

Mi sono voltata. Lui guardava un punto sopra la mia testa, le labbra strette, un po’ di condensa sugli occhiali.

Gli ho preso la mano. Era grande e morbida.

– Ti ricordi quando siamo stati a Malta? – ho ripreso a camminare, stringendo più forte, cercando di strapparlo alla follia di quel momento. Di tutti i momenti. E di regalargli un pizzico di normalità.

La normalità non mi è mai sembrata così speciale.

 

Queste poche righe sono dedicate a tutti coloro che, per motivi che non si possono neanche immaginare, vivono sotto scorta.

Alle loro compagne.

E alle loro scorte.

Per strada, per caso

Si stava bene a casa sua. Usavamo il tavolo della cucina per studiare, nonostante entrambe non avessimo più l’età per farlo. Quel fatto di essere fuori tempo massimo ci aveva avvicinato senza bisogno di tante spiegazioni.

Da quando, quel primo giorno di università, lei si era seduta accanto a me, aveva estratto come un’arma un costoso blocco per appunti e una penna a sfera col suo nome inciso sopra, io mi ero ritrovata per caso una matita in tasca e il registratore non mi funzionava. Eravamo entrambe un disastro, ognuna a modo suo, ed era stato amore.

Nei pomeriggi di caffè e alta voce, fluiva, mimetizzato in mezzo alle nozioni, il racconto del nostro passato, del nostro presente e delle ambizioni future.

– “Appena piglio sta laurea, ti faccio vedere se non riesco a cambiare lavoro..”

– “Appena piglio sta laurea, me ne vado da questo posto di merda e ricomincio da capo..”

Ci porgevamo lo zucchero, ci passavamo gli appunti, respiravamo l’odore della pizzeria sotto casa ed era una meraviglia starsene al sicuro di ciò che una rappresentava per l’altra. Anno dopo anno. Intrecciate come fili di paglia di una stessa sedia, dentro l’osteria chiassosa che era tutto il resto.

La sua maternità senza un compagno vicino, il mio difficile rapporto coi coetanei, il suo lavoro in ospedale, le mie ambizioni, i tentativi, il doverci sempre accontentare.

E la maledetta laurea come obiettivo comune, come leva per sollevare il mondo o, quantomeno, le botole nelle quali eravamo state costrette a forza dalle contingenze e dalle necessità.

Morì il suo gatto. Pianse forte, poi piano, poi più forte e crollò sul divano maledicendo ogni singola scelta della sua esistenza.

Le accarezzai la spalla pianissimo e m’inventai un silenzio ancora più denso del silenzio perché potesse posare a terra le lacrime e consentire alle ferite di avere fine.

Il giorno della nostra laurea io pensavo a quel gatto e alle ferite che non hanno fine.

Ho continuato a pensare a quel gatto per anni, anche quando abbiamo smesso di vederci, sentirci, parlarci.

Forse ci pensa pure lei.

Magari una volta glielo chiedo.

Magari una volta ci incontriamo di nuovo per strada, per caso.

Testamento

Istruzioni per l’immediato futuro. Il vostro, non il mio: io sarò andata a fare l’energia impalpabile altrove.

  • Ho qualche soldo sul conto, divideteveli senza scannarvi perché, davvero, è deprimente pensare a ciò di cui sono capaci le persone quando credono di non essere viste.
  • Una somma deve andare all’Associazione contro la SLA. Sono cazzi miei perché.
  • Se sono trapassata senza spappolarmi, per favore, donate gli organi, tutti. Spero solo non vadano ad alimentare l’esistenza di qualche testa di cazzo, ma è un rischio che va corso.
  • Vendete la macchina e non fatevi fregare: andate all’appuntamento con Quattroruote sotto il braccio e uno sguardo corrucciato. La gente spicciola si fa fuori con due mosse di sopracciglia.
  • Non mi seppellite in un posto scomodo. Non verranno in molti a trovarmi, ma, a quei pochi, non vorrei rovinare la vita anche da morta.
  • Se non potessi essere cremata e vi toccasse vestirmi, usate il tailleur grigio appeso in armadio, tutto a sinistra: attendevo da anni un’occasione speciale per indossarlo.
  • Se, negli ultimi tempi, mi sono rincoglionita e sono corsa nuda in giardino, brandendo un cucchiaio di legno, nel mezzo della notte, vi chiedo scusa. Ma ammetterete che, in qualche modo, è stato divertente.
  • Se avete staccato la spina, avete fatto bene: l’idea di occupare un letto a vuoto mi avrebbe atterrito e dato gli incubi. E poi c’è un disperato bisogno di prese nel mondo.
  • Computer, telefoni, supporti digitali: distruggete tutto. Sono morta, non sprovveduta.
  • Se un pochino mi avete voluto bene, non parlate di me a pranzo o a cena con nessuno. Odierò essere argomento di conversazione fino alla fine del mondo, con o senza corpo.
  • Ricominciate e non puntate alla felicità o alla serenità (sentimento spregevole), puntate alla soddisfazione. Io ho fallito, ma voi no. E so di gente che ce l’ha fatta. Almeno così dicono.
  • Questo elenco serve a non farvi rimanere in difficoltà, a non farvi restare imbarazzati, impreparati, indeboliti dal dubbio. Non lasciate conti in sospeso neanche voi. Chi vi ama, ve ne sarà grato.

Di mio padre ricordo quando gli porgevo la cornetta di un telefono giocattolo e lui faceva “pronto?” scatenando la mia gioia e profonda soddisfazione.

Cenava tardi perché tornava tardi. Tornava tardi perché la vita era dura. Io non lo sapevo ancora e segnalavo la mia presenza attraverso piccoli gesti rompicoglioni che non sembravano infastidirlo più di tanto. Forse gli davano addirittura la misura del perché si fosse scelto quella vita.

Spesso cenava con delle uova all’occhio di bue e io gli prendevo la forchetta e spappolavo i rossi, facendoli colare ai bordi del piatto. Lo facevo tutte le volte. Lo facevo quattro sere alla settimana.

Lui guaiva per finta, io ero entusiasta. Poi mia madre mi prendeva e mi sbatteva da qualche parte perché “non disturbiamo papà che mangia”. Mi ricordo di loro due che parlottano durante il pasto senza ridere neanche una volta perché, se la vita è dura, in fondo, che cazzo ti ridi?

Si addormentava sul divano e russava fortissimo. Io lo fissavo per capire meglio la natura di quella presenza-assenza che si materializzava la sera tardi e svaniva la mattina presto. Come un sogno, come un fantasma o un semplice prodotto della mia mente.

Con la luce del giorno sapevo che non lo avrei trovato da nessuna parte e mi attaccavo alla gonna di mia madre cercando attenzione. Non sapevo come spiegarglielo, poiché conoscevo sì e no una decina di parole, ma avrei voluto confrontarmi lungamente con lei e approfondire le questioni legate alla vita dura, ai telefoni giocattolo, alle uova spappolate e a quel tizio che viveva in casa con noi, ma era sempre altrove.

Quando mi andava proprio bene, riuscivo a dirle: “Pà!..”, lei neanche mi cagava. Forse pensava stessi facendo esercizi di dizione e mi carezzava i capelli finissimi e biondi. Non era un gran risultato in termini concettuali, ma le coccole mi parevano comunque meglio di niente. Dimenticavo in fretta le mie ambizioni e tornavo ad afferrare il telefono giocattolo.

Certe volte Pà non tornava proprio e, infrangendo ogni mia convinzione sul ritmo delle sue apparizioni, si faceva vedere di mattina presto, mentre chiudeva dietro di sé la porta di casa pianissimo.

Mia madre gli passava accanto paonazza di dispiacere, ma non si fermava a parlare con lui, a chiedergli spiegazioni. Gli passava solo accanto e lo guardava, poi procedeva il suo percorso verso altre stanze della casa.

Lui mi sfiorava i capelli per qualche istante, poi si infilava sotto la doccia.

L’alba si consolidava rapidamente in giorno e noi tutti giocavamo alla famiglia felice.