Non intendevi questo, ma io questo lo volevo proprio dire. Così, come veniva.

Ma siamo sicuri che sia quel posto con i muri e i letti la “casa”?

E’ davvero quello il luogo nel quale siamo chiusi, sbarrati, mani attaccate dietro la schiena con una corda, nell’impossibilità di percuotere la vita che, sinuosa ed ammiccante, viene a vomitarci in faccia la sua preghiera di essere toccata, le sue infinite opportunità, mentre noi, frigidi e insensibili la ignoriamo?

È così che va, davvero? Qual è il contrario di movimento? Di getto, direi star fermi.

Cioè, abbiamo tutti fondato uno Star Fermi potentissimo a cui aderiamo con maggiore o minore consapevolezza? Niente palchi, niente loghi, niente bandiere, una collusione subdola, spesso invisibile a noi stessi per primi?

Tutto qua? Bhe, potrebbe essere.

E, se, come credo, è davvero così, ho commesso il più grosso errore della mia vita a non comprarmi un sombrero enorme addormentandomici sotto dall’inizio dei tempi, in una strada assolata e puzzolente di spezie.

Io non so molto e quel poco è anche abbastanza bipolare, ma credo di aver abbracciato il movimento come concetto, formalmente, almeno, per quello che mi pareva significasse: traslochi, viaggi, gente nuova, corpi nuovi, nuove bocche, nuove finestre dentro cui guardare, eppure non avverto in nessun modo di aver prodotto alcun avanzamento “reale”. Ma forse è proprio questo il mio errore: pensare che il movimento vada in una direzione precisa, e, in caso contrario, non poterlo definire tale.

Ma resta forte la sensazione che qualcosa non torni, (e neanche se ne vada), che non coincida, non definisca, non sia sufficiente a dire.

Così finisce che devirtualizzare non è sempre l’equivalente di incontrare, uscire di casa non è sempre l’equivalente di muoversi, mettere i tacchi non è sempre l’equivalente di diventare alti, incontrare la carne di qualcuno non è sempre l’equivalente di quella parola grossa che non pronuncio, smettere di stare da una parte non è sempre l’equivalente di aver fatto una scelta o essere cresciuti o essersi liberati.

Cioè, muoversi non mi pare un valore in sé.

A volte, sembriamo più criceti dentro una ruota molto grossa, costretti a mandare a fuoco le zampette per darci l’illusione di non essere in gabbia. Sembriamo più in attesa di una possibilità di rallentamento, che di movimento, uno spazio, un bordo, un box, ecco, un pit stop, per avere il tempo di realizzare cosa non vada più bene per noi, in un certo momento, o di cosa avremmo bisogno, in un altro, ma non perché la direzione sia intrinsecamente scolpita nella roccia del non doversi rannicchiare da una parte e aspettare ancora. Conosco rannicchiati molto felici, poiché realizzano tutto quel che la loro natura suggerisce di fare.

Restare in contatto, forse. Questo forse mi parla.

Restare in contatto con quel propulsore che spinge da dentro verso fuori un’indole profonda, e porta in superficie qualcosa che, forse, siamo anche da prima della frenesia motoria. Forse è sciocco, ma io non vorrei muovermi perché non so star ferma (anche se è questo quello che faccio, temo). E non vorrei neanche che il movimento portasse con sé  l’ansia dello spostamento, dell’interazione strumentale a, vorrei che non riducesse se stesso ad una sequenza di fughe da luoghi e volti che viviamo come possibilità esaurite.

Tanto, io a casa non mi ci sentirò mai, comunque. Ferma nemmeno.

Una risposta a "Non intendevi questo, ma io questo lo volevo proprio dire. Così, come veniva."

  1. ti sbagli. è molto meno sciocco dell’evidenza scialba e dissacrante. Non so che fare. Ho molte cose per cui varrebbe la pena vivere! Vuoi che mi genufletta, facendoti torcere tutta?
    Dammi una chance – se qualche minuto qua e là te lo permette -.

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