Percorsi di certezza notturni e massime incomplete

Sai quando è notte e tu, tanto per cambiare, non dormi, tipo me, io, la sottoscritta, e hai sete e vuoi l’acqua e ti dirigi in cucina, al buio, che potresti pure tenere gli occhi sbarrati-chiusi, in memoria di Kubrick, senza urtare alcunchè e ti aggiri tra camera-salotto-cucina, pigli bicchiere, acqua, tutto, bevi e fai il percorso inverso senza devastarti le ginocchia e bestemmiare il creatore? Sai perché? È ovvio, direte voi. Ma io ribadisco le cose ovvie, è ovvio: trattasi della precisione. O meglio, è la precisione chirurgica con cui conosci la posizione, la dimensione e la forma degli oggetti disseminati in casa tua. Non ti serve luce. Cammini con la luce interna della certezza. E la certezza genera certezza. E, nella certezza, tu trovi il tuo percorso, agile e sinuoso, come un animale nelle giungla, raggiungendo l’apice della tua bellezza, del tuo essere: tu e le tue mutande mezze infilate e mezze no, tu e la tua faccia sfatta di sonno e, suppongo, ansiolitici. Tu che non ti fai domande, poiché sai tutto quel che c’è da sapere, rispetto a quel processo. Ecco, mi viene in mente che una certa bellezza derivi dalla certezza e una certa certezza (splendida cacofonia) genera una cosa ancora più bella della bellezza, da cui, a sua volta, trae nutrimento: la spontaneità. Perché ti dicono “sii te stesso”, ma questo è un incoraggiamento incompleto e spesso foriero di ansia atomica. Mentre dovrebbero dirti “sii spontaneo”, questo sì, è il suggerimento di gente-che-non-si-fa-i-cazzi-propri più giusto e pertinente che potrebbero darti. Ma la spontaneità ha bisogno di certezza. Perché, insomma, parliamoci chiaro: sei spontaneo con chi non conosci? Sei spontaneo quando non sai? Sei spontaneo mentre cerchi maldestramente di studiare l’ambiente circostante sentendoti un imbucato al matrimonio del macellaio sotto casa? Beh, se lo sei, congratulazioni e abbandona immediatamente il mio blog, imbucato di merda, poiché non è di questo che stiamo parlando. Noi stiamo parlando del bisogno di trovare un “posto” a ciò che ci circonda, ci avvolge, ci parla, ha un impatto su di noi, e non c’è niente di spaventoso o limitante o pericolosamente imbrigliante o altre menate. L’unico vero pericolo, a mio avviso, è proprio sentirsi intimoriti da questo istinto di classificazione naturale, che non aspira a restare immutato e immutabile, aspira solo a mettere un filo d’ordine dentro esistenze che, diciamocelo, non potrebbero essere più incerte e più bisognose di bellezza. E’ evidente anche che sposterai i mobili di casa, prima o poi, perché non è che uno può avere pace, ma lo farai tu, e, dopo le prime spigolate notturne, ritroverai agilità e sicurezza di movimento, e, spontaneamente, passeggerai a occhi chiusi. E con le persone? Questo vi stavate chiedendo, no? E’ uguale? Ma che cazzo di domande fate? Certo che è uguale.

In un mondo ideale popolato di comodini.

3 risposte a "Percorsi di certezza notturni e massime incomplete"

  1. Non mi era mai successo di aspettare con ansia che uscisse un nuovo scritto di qualcuno . sei una certezza …mai banale , sempre nuova , ma una certezza ,come un comodino noto .

  2. Ieri notte mi sono alzato per andare in bagno, occhi chiusi e certezza del mio senso di orientamento notturno sviluppato in moltissime scorribande al sol chiaror di luna …. Ti ho pensato quando sulla via del ritorno, ho svegliato “spontaneamente” tutti i santi sfracellandomi lo stinco sul bianco bidet!!! Altro che comodini!!!

    Comunque, il problema secondo me, non è quello di trovare posto alle cose che ci circondano ma di trovare il nostro posto tra le cose. Le cose, quelle lì, dove vuoi che vadano? (stinchi a parte?)

    • Ti prego, Norman, dimmi che il filmato sarà presto disponibile su youtube perchè io non posso perdermelo!;)
      Condivido la reciprocità di collocazione tra noi e le “cose”, dico solo che, in un progressivo aumento di legami e situazioni non esattamente “convenzionali”, siamo spesso convinti che la cosa migliore sia lasciarle così, per non alterare la loro stessa natura di “non convenzionalità”. Ma il bisogno di “mettere a posto” non solo è umano, ma spesso unico strumento reale di sopravvivenza per non annegare nell’indefinito. E non certo per voler imbrigliare a tutti i costi delle specialità. E’ una questione di coraggio: chi si confronta con noi dandosi un nome e una collocazione, si relaziona con noi, non con un’idea di noi.

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