Giuda e i termosifoni

No, ma scrivi, dai

e quanto vorrei, quanto vorrei avere quel talento lì: quello di allungare un brodo, di sbrindellare un concetto, di tirarlo su una poltrona, al volo, come una giacca a fine serata, e vedere che forma prende, poi decidere che quella forma va bene, ma solo dopo.

Ne soffro, ne soffro, soffro tutto quello che potrebbe finire subito e finisce tra dieci minuti. Sono i dieci minuti più insopportabili, quelli in cui ho la sensazione che sarebbe potuto finire dieci minuti fa. Ma mica perché devo fare qualcosa, no, solo perché erano i miei dieci minuti e non torneranno. Nessuno me li darà indietro. Così, scegliere quanto e cosa scrivere o quanto e cosa leggere diventa un atto che ti consente di riappropriarti del tuo tempo. Un modo di tornare in te. Di esercitare potere. Di contare qualcosa.

Della scrittura odio tutto quello che non riesco a fare io, evidentemente. Però, sapete, se vedo una bella donna, la ammiro, la fisso e mi compiaccio, e se vedo due che si baciano in macchina, nei parcheggi, cerco di piazzarmi il più lontano possibile, anche se questo mi costerà fare 5 km con un sacco della spesa che mi staccherà gli arti.

E se qualcuno è felice, a me, mica rode , al massimo lo prendo un po’ in giro, perché sai, chissà da quale punto di partenza infinitamente migliore del mio ha spiccato il volo la sua felicità e, quindi, che ci vuole?

Quel che voglio dire è che scrivere mi pare una forma di aggressione che riesco a tollerare solo a piccole dosi. Una bottiglia che ti sei scolata e hai spaccato a terra, di cui lanci piccole schegge per far luccicare la strada, ma togli i cocci grossi perché qualcuno potrebbe farsi male.

La ricerca di una voce, una voce mia, infastidirebbe il ragazzino che suona il flauto e fa gli esercizi ogni giorno, o la signora che urla contro sua figlia, credo, per ottimi motivi, o l’arrotino che si è registrato questo nastro e “ripara anche le cucine a gas”, e io penso sempre che quella è una gran voce, una personalità, qualcosa di inconfondibile, non una crisalide umidiccia che, quando cerca di muoversi e nascere, è rivoltante.

Pare io riesca a dire in faccia le cose, ed è anche vero, ma, quando ci penso, mi vengono in mente solo le volte in cui, invece, non ho detto nulla e mi sono ritirata dentro una specie di stizza triste, la mia sfumatura di blu preferita: non sei solo minuscola e con gli occhi da cane, sei anche una che ha tirato i remi in barca perché la corrente non era proprio capace di garantire quel giusto grado di schiumosità da infrangimento su roccia che avresti gradito, non c’era l’aderenza al progetto, il tuo, personalissimo e interno, così profondo, vitale e misterioso, che manco tu te lo ricordi e, comunque, nessuno capirebbe, mancava l’analisi e poi non c’avevi l’elmetto.

[e ora, proprio ora, io penso a quelli che leggono, qualsiasi cosa significhi, che si grattano il culo e tornano a quello che per loro è molto importante, molto più importante di questo e di me e del tutto, il mio. Non lo so se ci riesco a tollerarlo, ecco].

Quando avevo gli attacchi di panico feci amicizia col termosifone della cucina, a casa di mia madre. Era lì da trent’anni, ma io lo notai veramente solo in quel periodo. Oggi, dopo tanto tempo, lo guardo solo con la coda dell’occhio e passo oltre. L’ho tradito perché non mi serve più. Non ho più bisogno di accovacciarmi vicino a lui e trascorrerci le giornate, dondolando come una psicopatica, lasciando che il mio braccio destro andasse a fuoco. Siamo traditori. Infedeli anche a quello che vorremmo dire e finiamo che no, meglio di no. E io non lo so se riesco a tollerarlo, ecco. Per cui evito. Passo radente ai muri. Lascio intuire, ma non spiego. Rispondo per sommi capi, ma non argomento. Racconto il vero, ma non dettaglio. Non allungo, non sottraggo, non esco, resto sullo sfondo, anche se ci sono, cazzo se ci sono. Lascio nel sogno. Il sogno non ha responsabilità. Il sogno non deve niente a nessuno.

[In realtà, volevo dire tutt’altro, ma mi è stato impossibile, sono una traditrice, e sono trascorse solo poche righe: come pensate che funzionino i minuti, le ore e gli anni?]

E poi, voi siete me e io sono il termosifone.

E, poiché questa cosa è durata troppo, mi gratto il culo e passo oltre.

4 risposte a "Giuda e i termosifoni"

  1. Pur grattandomi il culo, ti ho letto fino in fondo. Ma se il metro è questo dimmi chi ti fa incazzare tanto perché scrive bene. Così ti tradisco anche io e vado là. Per il momento invece resto.
    Ho riletto il passaggio “che manco tu te lo ricordi e, comunque, nessuno capirebbe”. Riletto.

  2. Io credo che tu scriva per capire, per capirti all’interno di un imbarazzo più grande di te. Stai dentro una nuvola sofficissima ma hai paura di scoprire cosa si cela sotto o quale sole splenda sopra di essa . Tutto normale. Ciò che scriviamo non è parte di noi, è noi, con le nostre verità e le sue falsità ( l’uso dei pronomi in quest’ordine non è casuale ). Tu sei e questo è ciò che conta, tanto il culo prima o poi lo grattano tutti, belli e brutti. Ciao. r.v.

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