Il giorno dopo

Oggi avresti 46 anni e io ti lascerei morire.

Perché oggi lo so, oggi ti conosco, niente e nessuno potrebbe salvarti, né io, né lei, né tua madre.

Lei che mi telefonò una volta sola per dirmi: “ti vuole bene: fai qualcosa” e io la stetti pure a sentire, col mondo addosso e la cornetta che pesava venti chili, promettendole tutto quello che non sapevo fare.

La provincia è così: nelle sue poche vie ti impone incontri che non sono niente, ma non puoi sfuggire e ti tocca farli diventare qualcosa. E io così ti avevo incontrato, in un giorno che non era niente, mentre facevo niente e ti avevo risposto come fosse niente. Io rispondo sempre come fosse niente.

Chissà quanta ne avevi in corpo quella volta. Però ti reggevi da solo, questo me lo ricordo e vendevi biglietti per una festa, a tutti tranne me: a me li avevi regalati, “lei mi sta simpatica”. Io, un tossico non lo avevo mai visto.

La provincia è così, comitive come grumi di sangue che si rapprendono e si sciolgono intorno a piccoli simboli: frequentare quella scuola, sedersi su quel muretto, essere invitati a quella festa.

Metallo, pelle, creste, scarpe basse o anfibi, una via più su, una più giù fanno la differenza tra chi ti caga e chi no, tra chi ti fa entrare e chi no, tra chi ti farà sentire parte e chi vorrà farti sentire solo, ridendoti dietro.

Era estate e io indossavo il mio top verde che ti piaceva. E stavi con lei. Ma giravi intorno a me. E ti facevi. E lei non ne poteva più. E io non sapevo cosa significasse. E saresti crepato dopo un mese. Ma allora eravamo insieme, molto insieme, molto aggrappati ai pomeriggi che avevamo, ai baci lenti e acerbi, alle partite a carte nel retro della sala biliardo, alle birre che si era tutti ubriachi già alle quattro, alle sere che io avevo il coprifuoco e tu chissà dove te ne andavi a ridere, vomitare e finirti.

Il giorno prima eravamo stati a dirci le cose importanti, seduti sulle scalette di pietra vicino alla chiesa, ti avevo regalato un pezzo di sigaretta e tu l’avevi attaccato, con lo scotch, sul tuo armadio, in quella casa popolare di merda dove stavi con tua madre, il giorno dopo eri morto. Ecco tutto.

Non ti trovavo, non eri in giro, chiedevo di te e mi pareva che tu potessi sentirmi, sospeso in un altro luogo, ce l’avevi fatta sicuramente, ci provavi da tempo. L’ho saputo da un giornale, pensa. C’era la tua foto sopra, piccola piccola, che neanche ti si vedeva. Sono venuta a casa tua con l’autobus – c’è qualcosa di più ridicolo che andare in autobus a vedere il corpo di qualcuno che hai amato? –  eri steso sul letto – quante volte ci eravamo stati a guardare la tv? – avevi un telo bianco che ti copriva fino al collo e una rosa rossa posata sopra – a cosa stavi pensando quando hai abbandonato il mondo? Avevo 17 anni e credevo di poterti salvare.

La provincia è così: insufficiente per sottrarsi al dolore.

8 risposte a "Il giorno dopo"

  1. Così profondo, così forte, così triste, così vero, così personale, così. E questa cosa della provincia, è così, e detta che meglio non si poteva.

  2. Quando cazzo capirai che su Twitter sei la persona che mi ha coinvolto di più, emotivamente?
    Leggo sempre tutti i tuoi tweet tramite Google perché ogni tuo pensiero va a bersaglio nella mia testa che hai rifiutato di accettare.
    Sarebbe stato bello averti come amica..

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