Quello che (non) vedi

Il barista parla al telefono e ha già imprecato tre volte, sfoglio il giornale cercando di riconnettermi alle questioni che contano e che, tuttavia, non contano. Mi macchio le dita con l’inchiostro. Un uomo col cappello da cow boy sorseggia il suo latte bianco e sposta il peso del corpo da una gamba all’altra, come un pendolo. Cerca il suo equilibrio. Non lo troverà. Il dolore alla spalla sinistra è atroce e mi viene in mente quella cosa che scrissi su una ragazza con un dolore atroce alla spalla. Però a lei avevano sparato. Beh, anche a me. Sì, mi sa che siamo uguali. Montagne di cornetti di pasticceria luccicano sotto i fari della vetrina e mi pongono l’annosa questione della dolcezza e di come afferrare quello che è fragile, che ti si può sgretolare in mano. Un giovane col naso a punta mi chiede se può prendere il giornale. Glielo porgo con un accenno di sorriso da educazione e mi pare possa strapparmisi l’intero volto. “Hai visto Garcia?” mi fa. Io non so perché dovrei aver visto Garcia, né a cosa si riferisca, ma replico: “Eh!..” e a lui pare più che sufficiente per farmi una smorfia compiaciuta. So chi è Garcia, comunque. So cose che non servono a niente, se non a saperle. La radio passa una brutta versione di “Hallelujah”, la canticchio perché ho bisogno di mantra. Anche brutti. “Sandro, mi fai un altro caffè?” Non risponde, ma mette in macchina. Piove un po’ di più. Piove molto di più. Sei stato qui tutto il tempo.

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