Beati

Quando morì Giovanni Paolo II mi venne un colpo perché mi trovai nuovamente spiattellate in faccia la mia pigrizia e la mia totale intempestività. Vivevo a Roma da diversi anni e sarebbe stato sufficiente prendere un paio di metropolitane per trovarmi ‘faccia a minuscola faccia lontana in finestra’, con un capo di Stato che, aldilà di ogni moda o fede o terrore della morte o cavillose analisi storiche o fiction o documentari, mi colpiva, riuscivo a comprendere e apprezzavo. Invece, niente. Lui se ne andò e io non c’ero mai stata neanche una volta, a fingere di sentirlo.

La mia dimensione spirituale è scomoda, sfuggente, fragile e, tendenzialmente, preferisco non pensarci, eppure qualcosa in me si era spezzato, in modo molto netto, e sentii che dovevo fare qualcosa per espiare l’inedia e, in generale, per rendere omaggio. Questa cosa del rendere omaggio, al contrario, mi è molto più familiare. Chissà perché.

Chiesi a un amico della Protezione Civile di portarmi con lui per il servizio d’ordine. Ci misi una giornata intera a convincerlo, gli offrii caffè e una grossa ciambella con lo zucchero, alla fine acconsentì e mi diede pure una pettorina e un cappellino più largo di due taglie, che ho ancora nell’armadio.

Alle 5.30 del mattino presi finalmente la maledetta metropolitana rossa di Roma, scesi alla fermata Ottaviano per raggiungere il luogo di raduno del gruppo e quello che mi trovai di fronte non me lo dimenticherò facilmente: erano centinaia, migliaia i corpi stesi al suolo, che facevano sparire interamente l’asfalto, i marciapiedi, le scalinate, gli ingressi dei negozi chiusi. Vicini, vicinissimi, così tanto da sembrare fusi, cuciti insieme come i quadrati di una vecchia trapunta e arrivavano a perdita d’occhio, fin verso Piazza Risorgimento, parecchio più distante.

Sembrava l’alba dopo un’esplosione nucleare, io ero l’unico superstite e, naturalmente, ero Leggenda, invece stavano solo dormendo. Quella gente, venuta da tutto il mondo, stava dormendo in strada, per terra, al freddo, per partecipare al funerale del Papa. Ho raggiunto la mia postazione scavalcandoli come si farebbe con dei cumuli di immondizia in una discarica e, man mano che il sole sorgeva, cominciavano a svegliarsi e a tirarsi su, indolenziti, con le facce peste, porgendosi tazze di plastica con un po’ d’acqua dentro. Qualcuno s’era messo a sorridere senza neanche aver ancora aperto del tutto gli occhi. Era quel giorno e loro c’erano. Un indiano si è sistemato il turbante srotolato a un metro da me, muovendo le labbra, come in preghiera e, neanche a dirlo, dopo un’oretta sono partiti canti e chitarre.

Ora, tutto questo può fare molto pena, scatenare ilarità o lasciare del tutto indifferenti. Certe cose si raccontano perché ognuno si senta libero di farne quello che vuole. Mi piace pensare che sia questo il senso della grazia.

3 risposte a "Beati"

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