Her, You, (to) Me

La domanda che mi veniva posta da @Gallizio era questa: cosa resta di noi quando la scrittura finisce e le parole le abbiamo dette tutte? (sintetizzato così da @Stazzitta)

E gli stimoli di partenza erano 2.

Questa poesia:

“Quando non sarò più in nessun dove

e in nessun quando, dove

sarò, e in che quando?” Giorgio Caproni, Tre interrogativi, senza data

 

E il film HER. (chi non l’ha visto, lo veda, se vuole)

 

E io penso così, ma non è detto che non cambi idea tra un’ora.

A me, di tutta la faccenda, assai seria, a dir la verità, è rimasto questo passaggio: “crescere senza allontanarsi, cambiare senza spaventare l’altro.” – Tratto dal film Her.

A un certo punto, le cose sono andate male. Così malissimo che io ho scritto lungo lungo e non ho mai inviato nulla. E’ stato da poco il suo compleanno, ma non l’ho cercato quel giorno, no. Però sono andata a frugare tra le porcherie che conservo nel telefono perché avevo chiaro in mente un affare e, infatti, l’ho trovato: il messaggio di auguri che gli avevo scritto molto tempo prima, quando eravamo messi meno malissimo e a me veniva naturale pensare alle sue sfumature, ai suoi tempi e a tutto quello che lo riguardava. E mi veniva naturale cogliere qualcosa nell’aria, con grande fiducia e appuntarlo ovunque potessi: il dorso della mano, un tovagliolo, uno scontrino, per non perderlo, per poi poterglielo dedicare, raccontare, regalare, alla prima occasione, estraendolo da un cilindro fatto di memoria. Credevo sarebbe stato importante e stupefacente per entrambi. Ora, nonostante non abbia fatto di quel messaggio ciò che avrei voluto, io, in realtà, l’ho usato eccome, signori della giuria: ho riletto e sono tornata a quel momento, ho rivisto il posto in cui mi trovavo – un portico, per la precisione, subito fuori da un ufficio – ho sentito l’odore del mio deodorante e della pelle accaldata, del marmo e di un detersivo usato da poco, ho combattuto con le dita sporche di una roba appiccicosa che stavo mangiando in fretta e ho provato rabbia e tenerezza e mi sono detta che era delizioso averlo fatto, proprio in quel modo, proprio lì, che avrei potuto cercare un taxi, prima, o evitare, aspettare, e, invece, no. Non c’entrano le motivazioni, la passione, l’espiazione, lo sfogarsi, c’entra la differenza nettissima che passa tra lo scrivere e lo scrivere per. La stessa insita tra un mestierante e un artigiano, tra un te che getta due caratteri sullo schermo – tvb, cvdd, non risp, fncl – e un te che partorisce se’ stesso, espulso con dolore e meraviglia, mentre una madre invisibile ti urla nelle orecchie che devi muoverti a venir fuori o la ucciderai. Ho riletto e mi sono ricordata chi sono. No, non chi ero allora, nell’istante dell’infatuazione verbale, ma proprio chi sono io e come sono fatta, aldilà di chi mi legge, delle sovrastrutture, degli opportunismi, delle stanchezze, degli slanci, delle lusinghe e sono stata matematicamente certa, certissima che non mi piacerebbe per niente essere diversa. Questo, credo, sia quel che resta quando tutto sembra perso e svanito e lontano, inutilizzabile, passato, già detto, trito e morto: l’irripetibilità di un singolo gesto, fissato, nero su bianco, occasionalmente composto di lettere, il cui significato fluttua, sfugge, si sposta e serve, improvvisamente, a celebrare qualcosa di te, che certamente sai, ma non sempre così bene. E ti consegna e riconsegna ad una storia che sei tu ed è senza una vera fine.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...