Quello che non vedi

A metà del pomeriggio successivo iniziai a piangere. Grosse gocce, importanti e convinte hanno preso possesso di occhi e collo.

Era stata una serata meravigliosa, quella appena trascorsa, di unione, chiarimento e rinascita, di episodi ripercorsi e ripuliti dal dubbio, di nodi marinari, strettissimi intorno alla gola, sciolti o tagliati via di netto, di stelle sparse tra le nuvole che minacciavano pioggia, ma non pioveva.

Era tutto perfetto. Ero felice, tu eri felice. Vittoria.

E, perché ciò fosse possibile, io avevo dovuto sparare in mezzo alla fronte a una parte di me. Mi ero uccisa, con un colpo secco, improvviso, neanche ragionato. La reazione istintiva a un ladro che ti entra in casa e ti sorprende nel sonno, il riflesso condizionato con cui ti proteggi da qualcosa che sta per prenderti in piena faccia. Non appena avevo sentito quella parte di me scalpitare, agitarsi e fremere, avevo premuto il grilletto.

Così mi ero uccisa, senza pietà e senza elaborazione.

Erano stati tempi troppo duri, di distanze, silenzi e dolore intenso. Non potevo più farcela. Per che cosa, poi? Per continuare a nutrire quel pezzetto di personalità immatura e cialtrona che parlava a sproposito e pensava sempre di saperla più lunga di chiunque? No, grazie. Muori pure, ora, mi sbarazzerò del tuo corpo in un secondo momento.

Era stata una serata meravigliosa, io custodivo in tasca l’arma ancora fumante e trascinavo il peso del mio cadavere sui muscoli, mentre ci stringevamo negli abbracci liberatori, avvolti dalla notte.

Mi davo una sbirciata, ogni tanto. Che mira, ragazzi. Non avrebbe avuto scampo, quella sciocca. Ci aveva provato a rovinare tutto, a puntualizzare, a vomitare verde, a convincermi che non sarebbe andato affatto tutto bene perché, con lei intorno, prima o poi, avrei di nuovo sentito il bisogno di ciò che non potevo avere e che, in fondo, volevo disperatamente. Ci aveva provato e io l’avevo eliminata.

Che peccato, però. Mi aveva dato così tanto. Mi faceva godere fortissimo e imparare e riflettere e conoscere e vedere quello che non vedi. Da lei provenivano gli scoppi di risa in mezzo al sonno e gli improvvisi moti di condivisione. I salti nel vuoto? Sempre lei. I magoni, la follia, i sogni, l’estro, la gioia? Lei, senza dubbio.

Custodiva i trucchi da prestigiatore. Ogni tanto ne tirava fuori uno, era molto abile nello stupire, nell’attrarre l’attenzione, nel far innamorare, anche. Attraverso la sua sostanza passava la linfa vitale di un pezzo di cuore, ormai fermo.

Piangevo il mio lutto ed ero molto felice che la serata fosse stata così perfetta. Dondolavo il corpo di quella parte di me ed ero profondamente grata che avesse cominciato a piovere solo appena saliti in macchina.

3 risposte a "Quello che non vedi"

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