Il Circo

Il giorno in cui mi sono iscritta all’università, pareva fossimo scappati da un circo: c’era la donna cannone, con una borsetta di paglia, come per andare al mare, e molto sudore sparso sui vestiti – sono un’assistente sociale, ma vorrei cambiare il mio futuro – e ti iscrivi a Scienze della Comunicazione? – pensai io, che, però potevo parlare poco e quindi, restai in silenzio, sventolandomi coi documenti e le fototessere. C’era Adriano, ventenne figlio di papà, di mammà, di zia, di nonno e di qualche avo che, solo occasionalmente, non lo aveva accompagnato quel giorno. L’albero genealogico di Adriano lo devastava di domande del cazzo sulle crocette da apporre nelle schede di iscrizione e lo criticava per quelle fotografie veramente bruttine, tirate via. Adriano li avrebbe fatti secchi uno per uno, con precisione maniacale, e avevamo un perfetto, motivatissimo lanciatore di coltelli. Ho già venticinque anni, mi ripetevo, non servirà a niente questo pezzo di carta, perderò altro tempo. Passavo mentalmente in rassegna le mie responsabilità, i cambiamenti, l’affollamento. Un mio racconto era appena stato premiato, a quell’ora, in cucina, sicuramente la cuoca era già in lite col lavapiatti, rimandavo un appuntamento col direttore della banca che voleva farmi il culo per il ritardo nei pagamenti, la ASL sarebbe venuta nel pomeriggio per chiedermi come mai della porta a soffietto del lavandino a gomito non avevo alcuna certificazione – medica? – chiedevo ogni volta, ma quelli non ridevano per niente. Non avevo più risorse per gli straordinari di quella puttanella che faceva la cameriera il sabato sera: lei studiava scenografia a L’Aquila, mica poteva farmi la schiava per cinquantamila lire, ne voleva ottanta, me lo aveva comunicato mentre razziava prosciutto crudo dalla mia dispensa, con i denti che trituravano lo spesso grasso del taglio a mano. Mia madre, invece, già non mangiava più. Mi ero tagliata quattro volte, quella settimana, scottata più o meno gravemente, due, discusso con mio fratello in un numero incalcolabile di occasioni, il pizzaiolo mi aveva piantato a metà del servizio serale, con la sala piena, pretendendo un aiuto che non potevo ancora offrirgli, era semplicemente uscito dal retro, con la bandana bianca in testa e le ciabatte da infermiere. Dove cazzo stavano quelle certificazioni? Possibile che sapevamo fare solo casino? Lavoravo venti ore al giorno per fare solo casino? Avrebbe mai smesso mio padre di fregarsi tutto? Avrebbe mai smesso la polizia di venire a mangiare a sbafo? Avrebbe mai smesso il fornitore marchigiano di farmi il filo e contemporaneamente gonfiarmi le fatture? A mio fratello sarebbe esploso il cranio di colpo? Mia madre avrebbe ripreso a mangiare? Ed eccoci lì: la donna cannone, il lanciatore di coltelli e io, la piccola casa degli orrori. Quattro ore di fila per iscriverci all’università e laurearci, ma il circo non l’abbiamo mai veramente lasciato.

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