“Prego, si accomodi pure nel mio ufficio”

Non ho mai avuto un ufficio. Me ne accorgo ogni volta che qualcuno parla del suo ufficio, che io non l’ho mai avuto. Ho avuto stanze e casualità. Una era molto grande, all’ultimo piano di un edificio tutto vetri e centri elaborazione dati che non elaboravano nulla se non voci di corridoio e un paio di percezioni su quel che c’era da fare. Una era molto piccola e dondolava tutto: sedie, scrivanie, pensieri. Dondolavano i dialoghi e dondolavano le giornate. Dondolavano i rapporti e le solitudini assemblate dentro quel presente. Un giorno mi porsero una cosa da firmare, ma non credo sia sufficiente a pensare che fosse il mio ufficio. Non ho mai accatastato roba su una scrivania. Niente foto di figli, gite al mare e città di notte da osservare di nascosto per esserci risucchiati dentro, all’occorrenza. Non ho annaffiato un ficus, una pianta grassa, una pianta magra. Non ho avuto colleghi stanziali, ma stringhe di idee connesse da pessimi caffè e distanze variabili. Non ho litigato con nessuno perché abbassasse le tapparelle che mi arrivava il sole sul pc. Non mi sono mai abituata a un odore. Mi sono seduta un po’ a caso. Spesso sono rimasta in piedi. Ed è così che ho imparato a stare: sulle gambe. Dev’essere per questo che, ogni tanto, punto i piedi. Dev’essere per questo che non me le sento più.

Una risposta a "“Prego, si accomodi pure nel mio ufficio”"

  1. [E che culo. Ho letto ora, al volo l’ultimo post. Calzava a pennello. Sostanzialmente perfetto per un tipo di commento, come questo mio del…..]

    Con violenza: c’è violenza.
    “Oddio che palle” – Certo.
    Ti tengo a due passi, (che dico) a 6 centimetri dal gomito(la biopic..nel tablet.), ti sento a un micron dal cuore. Tu non berrai niente dal mio nettare perché troppo infetto, insulso, scialbo.
    Mi hai “ripudiato” più volte (e a buon ragione).
    Eppure sei bellissima. Lo sento. Impersoni qualcosa che ci crede, che ha una sua fede. Una dirompente velleità che non si è arresa!
    Dirai: Sticazzi? Chi ti conosce. Non visiteremo mai una mostra di Rodin insieme, a New York.
    Ho letto, visto, ausculto Jim Morrison.
    Ti piace, ti eccita?
    Facilitandoti le cose sarà più semplice per te ignorarmi, fra le sozzure errabonde.
    D’accordo: non ho la stoffa: infondo non è questa l’epoca degli scrittori o dei poeti maledetti.
    Tu sei bellissima, il tuo eros, la materia!, la tua psiche. Riesci a non marcire in questo “stivale”.
    Credo sia l’ambizione mia più grande partire ed emigrare verso una nuova adolescenza. Nuove spoglie, altri orizzonti: cose diverse per poi strafarmi.
    Ho provato seriamente e con rigore ad alterarmi ma rispetto ai sixties non c’è canna che tenga. Ne budweiser o pastiglia. Mettici pure il non aver letto Nietszche e Blake, Rimbaud, Verlaine.
    Basta, sono (siamo) stanchi.
    Tu per la tua strada sarai certo stupenda. Io finirò dentro (in carcere), molto probabilmente. Un nuovo modo per emigrare, sperimentare, cingere la vita che tanto mi fa male.
    Addio meravigliosa; arrivederci al mare senza freni né disprezzo.
    Sei la più affiscinante e/è indimenticabile fra le “voci” di Twider.
    Chissà che meraviglia farsi di te. Dei tuoi silenzi, dei tuoi sbadigli. In un mondo perfetto potrei essere il tuo schiavo. Ma qui ancora adoro la libertà (presunta), e stravedo. Se davvero te lo scrivo stravedo. E ti leggo ogni sedici settimane circa. E questo è quanto.
    Ciao stupenda.
    P.S. La magia di Édith Piaf (suppongo) scisse l’eco della mia inettitudine.

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