Non sai un cazzo

Una volta ero a fare la spesa. Reggevo cartocci e scatolette a piene braccia, ordinando affettati. Come una Dea che sboccia molti arti pur di non perdersi niente, tenevo nella mano destra anche il telefono. Lo stringevo forte come se potesse scapparmi all’improvviso. È allora che tu hai scritto. Qualcosa di sciocco, di nostro. Qualcosa che non richiedeva una risposta immediata. Eppure. Ti ho letto sbirciando tra la scatola di pasta e la polpa di pomodoro. Ho inventato un movimento di polso che nessun essere umano saprebbe replicare e ti ho risposto. Siamo andati avanti così per qualche minuto. Cosa ci fosse intorno era diventata cosa da niente. Poi le braccia hanno cominciato a tremare e formicolare, il tizio al banco mi guardava pallido, porgendomi l’ennesimo cartoccio. Sopra c’era scritto “grazie”. Era tutto a terra nel giro di pochi istanti: cibo, telefono, buon senso.

La volta successiva, ero lanciata a 130 sull’autostrada. Il lettore che riproduceva la tua canzone. Il volume possibile di un’autoradio che mi pareva poco. Il mio diventare un amplificatore con le vene attaccate alla tua ispirazione. Mi hai scritto. Era una domanda stupida, una cosa semplice. Una cosa nostra. Qualcosa che non richiedeva una risposta immediata. Eppure. La diagonale dei miei pneumatici sull’asfalto viene ancora studiata da tutte le facoltà di ingegneria e fisica. Continuano a chiedersi come abbia fatto un veicolo privo di ali a fare quella manovra per arrestarsi ai bordi della strada, senza ruzzolare o esplodere. Ma, soprattutto, si interrogano sul perché. E io non avrei saputo spiegarlo se non con un grosso sorriso ammiccante totalmente folle.

Un’altra volta, invece, ero in ospedale. Sto male, spesso, sai. Mi prendono e mi accompagnano, poi mi riportano a casa e nessuno ne parla, fino alla volta successiva. Quando va così, non riesco a stare seduta, né in piedi, né di fianco, né in vita. Mi accartoccio da un lato e sparo battute a raffica per non far spaventare troppo chi sta con me. Mi hai scritto. Una cosa dolce. Qualcosa che non richiedeva una risposta immediata. Ho scavato dentro forte per trovare la forza di premere i tasti e farne venir fuori un bel suono. Parole che avessero valore, che fossero nostre. Credo di esserci riuscita, tu hai riso e io sono stata felice. Poi mi hanno iniettato un antidolorifico. E ho chiuso gli occhi per un po’.

Quando ci penso, mi rimprovero per la mia totale incapacità di comprendere come vanno le cose.
Come si fanno, le cose. Un secondo dopo, invece, me ne complimento nuovamente.
Ma il punto è uno solo: ti voglio bene e, naturalmente, non sai un cazzo neanche tu.

3 risposte a "Non sai un cazzo"

  1. le persone generose sono spesso sole. non di solitudine fisica, ma di quella che proviene dalla mancanza di conoscenza. degli altri.
    di bello c’è che quasi sempre scrivono da dio. buona domenica, cara C.

  2. Mi sa che siamo in un po’ a possedere quella totale incapacità di comprendere come vadano le cose. E sono le stesse persone che un modo lo trovano sempre, anche senza mani a 130 all’ora e semimorte. Bel post cara.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...