La felicità che poi si paga

Daniel parlava delle sue ex da sempre. Dalla prima volta che si erano visti. Quella sera, lei era anche vestita in modo inadeguato: pantaloni di nappa scoloriti, un maglione viola. Veniva direttamente dal lavoro e non aveva avuto tempo di cambiarsi, prima della cena. Gli amici ti trascinano spesso, contro la tua volontà, incontro a un destino che ti segnerà profondamente e non lasciano neanche che ti cambi d’abito. Ma non ci vuole poi molto a imbambolarlo, il destino, basta continuare a fingersi interessati alla sua esistenza. E così lei, che aveva preso posto casualmente a tavola vicino a Daniel, beveva il suo vino bianco e cercava di capire in che pasticcio si sarebbe ficcata se, alzandosi in piedi, avesse apertamente dichiarato che quella situazione le pareva mortalmente noiosa.
“Elena era una donna straordinaria – Daniel intratteneva il solito capannello di leccaculo che lo seguiva dappertutto e amava gratificarlo, nella speranza di riscuotere qualche favore, un giorno o l’altro, come spesso capita agli uomini politici di un certo rilievo – è stata la più giovane tra i primari di cardiochirurgia neonatale della Puglia. Siamo stati insieme due anni. Mi ero illuso fosse la donna della mia vita: mi rassicurava, mi accettava per quello schifo che sono, sapete, facevamo grandi progetti insieme, ho quasi rischiato di comprarle un attico in centro, sì, mi ero davvero convinto, ma, si sa, io mi convinco di qualcosa ogni cinque minuti”.
Tutti avevano riso più forte di quanto non fosse necessario, ma la piaggeria richiede decibel.
Lei aveva scolato d’un sorso il contenuto del calice, poi aveva tentato di nascondere col maglione i graffi dell’ultimo carico di rose tea, arrivato prima di chiudere il negozio.
Il dito di Daniel s’era avvicinato come un sommergibile al suo obiettivo e aveva percorso i segni sulle mani piccole.
“Deve avere un gatto particolarmente irritato, signorina…?”
“Clear. Ma sono segni di fiori. Fiori particolarmente irritati. Signor..?”
“Daniel, sono il fratello del festeggiato. In realtà, sarei dovuto già partire per Malta, ma cosa avrei detto, poi, al sangue del mio sangue?”
“Non saprei, forse che doveva partire per Malta. I fratelli capiscono, a volte”.
“Oh, non il mio, non il mio…Clear”.
Clear sentì il proprio nome pronunciato dalla voce di quell’uomo e qualcosa le disse con chiarezza che non si sarebbe mai più liberata di lui, né che sarebbe stata in grado di gestirne il passato.
Rifiutò l’idea e cercò di trascorrere la serata come meglio poteva. Prima di andarsene, si voltò e scorse un’ultima volta Daniel che giocava a incantare il solito gruppo di vacui adoratori carichi di secondi fini. Anche lui la guardò, senza sorriderle. Anzi, le regalò un’espressione tirata, grave, che lasciava trasparire come una richiesta d’aiuto. Un aiuto esteso agli anni a venire, che abbracciava tutta la sua vita e oltre.
Clair s’infilò nel primo taxi disponibile. Quando mise la mano nella tasca del cappotto, ci trovò un biglietto da visita, incredibilmente elegante, col fondo satinato e un numero di cellulare scritto a mano che non corrispondeva a quello ufficiale stampigliato. Per un attimo, le parve che i tagli sulle sue mani si facessero più dolorosi. Abbassò il finestrino e fece per farlo volare via, poi esitò, richiuse il finestrino, sotto lo sguardo di disapprovazione del tassista, e si mise il biglietto sulle ginocchia, giocando a chi dei due avrebbe abbassato prima lo sguardo. Vinse lui. Clair prese il suo cellulare, compose quel numero e inflisse alla sua vita la felicità che poi si paga.

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