L’oro degli sciocchi

Quando mia madre andò in pensione lo fece all’improvviso e tutti i bambini delle sue classi piansero. I bambini non possono che piangere di fronte alla perdita di una madre acquisita. Non avrebbero più avuto la sua mano a guidarli mentre mettevano in fila le “i” e le “o” nei primi quaderni a righe. Non avrebbero più avuto una presenza generosa e accogliente che ascoltasse le loro essenziali faccende nel campo delle merendine e avrebbero anche perso la divinità alla quale indirizzavano bigliettini ritagliati a forma di cuore e colorati coi pennarelli a spirito: “maestra Gabriella, ti voliamo bene”. Lei sorvolava sempre su tutti gli errori di ortografia, li ringraziava con affetto e, senza che nessuno riuscisse a fare un qualche collegamento, partiva con una lezione sulla differenza tra “voliamo bene” e “vogliamo bene”, riscuotendo il solito successo di pubblico e critica. Ha insegnato tutta la vita nelle piccole scuole di campagna della provincia, offrendo caffè e gratitudine alle colleghe che, pur detestandola per avere così tanto amore da parte degli alunni, l’accompagnavano ogni giorno in macchina, poiché lei non ha mai guidato.

Nel pieno rispetto della mentalità provinciale e contadina di allora, era usanza che i genitori degli allievi facessero una colletta per offrire un regalo all’insegnante che abbandonava il campo. Il collier d’oro era il più gettonato. L’anno che mia madre lasciò l’insegnamento, altre due maestre seguivano il suo esempio. Due stratosferiche stronze con la fronte bassa, le scarpe da vecchia e una discreta frustrazione interiore perennemente sfogata nella severità scolastica gratuita. Questo pose il problema di acquistare ben tre collier d’oro. La notizia non fu accolta con entusiasmo da parte delle ruspanti madri dei piccoli, che avrebbero dovuto sborsare un bel po’ di quattrini. Dopo attente consultazioni, fu presa una decisione.

Durante la festa di commiato, all’apertura delle scatoline dei preziosi, ghirlande di donnette si accalcarono sui quei doni per pesarli con la mano e verificarne fattura e valore. Il peso dell’oro certificava la qualità dell’insegnante – pesa, eh? – commentavano soddisfatte, facendo quell’orribile gesto di andare su e giù con la mano, come a voler facilitare lo spiccare in volo di una farfalla assente. Il collier di mia madre, senza alcun motivo apparente particolare, fu quello che pesava meno. Perché sai, maestra Gabriella, i soldi, tu capisci che, eravate in tre, sai, sappiamo che sei l’unica che non avrebbe dato importanza alla cosa, perché, sai, tu, il tuo rapporto meraviglioso coi nostri figli, la tua missione come simbolo di.

Mia madre non fece una grinza, quel giorno, ringraziò, salutò, mise quel collier in un cassetto tra gli anelli di sua nonna e le spille di sua madre, non l’ha mai indossato neanche una volta.

Non so a voi, ma, a me, l’oro fa cagare.

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