Quella sera, mi spiegarono

Era un’estate a caso intorno al 1995 e nessuno sapeva cosa fosse la crisi. Trascorrevo le vacanze in Riviera Adriatica, in una casa di proprietà col balcone tondo e facevo i primi conti con due tette che giustificavano le canottiere a spalline larghe.

Frequentavo uno stabilimento balneare poco accogliente, ma molto affollato, col pavimento grigio, perennemente lastricato di sabbia e pedate, senza speranza di una qualche igiene. Ma era quello IN del momento. Quello dove i ragazzi che venivano da fuori, da Milano soprattutto, avevano costruito e ricostruito, negli anni, le comitive difficili da dimenticare. A quelle comitive, si ripensa fino al giorno della morte, sorridendo amaro e dolce del proprio tempo speso a giocare a carte, ubriacarsi, fare scherzi crudeli e pomiciare in mezzo alle sdraio, di notte, con la luna sopra.

C’era una festa, quella sera. Una di quelle alle quali io non venivo mai invitata espressamente, nonostante avessi tette e canottiera. Io mi ci ritrovavo perché era così e basta. Tutti eravamo lì perché eravamo lì e basta. Eravamo un dato di fatto di cui nessuno metteva in discussione l’origine. Non proprio amici, non proprio conoscenti, granite al limone, molte canne e frasi sconnesse annientate dal suono rozzo del juke box. Era estate.

Qualcuno perse i sensi nel bagno e lo portarono fuori a spalla, una coppia di Vicenza vinse una ridicola gara di ballo, due si misero insieme, due si lasciarono, Benedetta restò incinta. Tutto quella sera.

Verso le quattro del mattino, me ne caracollavo dalla spiaggia verso casa e avevo una voglia matta di sapere cosa fosse la felicità.

C’erano alcuni di noi, svaccati su sedie di plastica come dopo una guerra persa. Parlavano sottovoce, al buio. Mi sono avvicinata e ho fatto quello che il cuore mi suggeriva di fare: “qualcuno sa dirmi cos’è la felicità?”

Ci fu un attimo di silenzio, poi una fragorosa risata, poi di nuovo silenzio. La mia domanda li spiazzò, ma erano troppo fatti per metterla davvero in discussione e se ne innamorarono. Provarono a fare ipotesi che non reggevano, finché non successe una cosa, secondo me, molto speciale: il taciturno del gruppo parlò. Era biondastro e indossava una camicia di lino troppo larga. Reggeva una lattina di birra nella mano destra ed emise la sua etilica sentenza: “la felicità è provare una sensazione di liberazione totale dopo aver vissuto in una condizione diversa e averne sofferto moltissimo”. Noi eravamo rapiti e ascoltavamo le parole prendere senso nella sua bocca atrocemente impastata. Poi aggiunse: “la felicità è cagare – pausa – niente può rendere un uomo felice come cagare”. Ecco.

Il gruppo inorridì compatto senza riuscire ad argomentare il contrario. Lo spirito delle domande e delle risposte ci abbandonò rapidamente e stappammo altre birre, fissando le stelle.

Eppure, dopo tutti questi anni, posso dire una cosa: quel tizio aveva ragione.

5 risposte a "Quella sera, mi spiegarono"

  1. Ho sempre pensato che la felicità è l’intervallo psico/temporale che trascorre tra una sofferenza e l’altra, simile ma non uguale a quella descritta dal Biondastro. Da ragazzo mi capitava spesso, la notte, di scendere dalla macchina e sul ciglio di una strada di campagna o ai margini di una spiaggia svuotare la vescica. il rumore del vento o il suono delle onde facevano da sottofondo in quei pochi momenti di liberazione, possiamo chiamare questo stato felicità? non lo so, ma lo ricordo con piacere… e poi credo che sia un pochino più poetico del cagare 🙂

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