Histoire d’O

Suonarono due volte, ma non era il postino: era la polizia.

La polizia arrivò una mattina, molto presto, entrò in casa, come se sapesse dove andare, e si mise a frugare dappertutto: dentro gli armadi, dentro la borsa di mia madre, dentro lo studio di mio padre, dentro il mio cassetto dell’intimo.

In quel cassetto avevo nascosto “Histoire d’O”, lo avevo comprato all’edicola di fronte, mentre tornavo da scuola, perché io capivo le cose, e me lo leggevo di notte, senza capirci un cazzo di niente. Avevo pochi anni e m’infrangevo spesso contro questo fatto di capire tantissimo, ma anche niente.

Tra le cose che non capivo c’era il perché della polizia dentro casa mia, tra le cose che capivo c’era che doveva riguardare per forza mio padre, tra le cose che non capivo c’era perché frugassero anche nei miei cassetti, tra le cose che capivo c’era che io non ero destinata ad una vita normale e tranquilla, tra le cose che non capivo c’era perché il poliziotto mi ammiccava, dopo aver visto quel libercolo rosso, tra le cose che capivo c’era che dovevo rimanere immobile e inespressiva mentre si faceva largo con le mani tra gli slip neri e quelli bianchi, alla ricerca di qualcosa di fraudolento e illegale.

Non trovarono quel che stavano cercando.

Venne fuori che davano la caccia a un timbro, un timbro con cui qualcuno aveva timbrato qualcosa che non avrebbe dovuto timbrare.

Nessuno di noi c’entrava niente. Erano stati informati male. Ma erano venuti lo stesso a sconvolgere le mie mutande e ad ammiccare, scoprendo i miei piccoli segreti innocenti.

Questa è una cosa che capii molto bene.

Questa è una cosa che mi ha tolto il sonno per sempre.

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