Cinque

Quel paio di svenimenti era già nell’aria: troppo tanfo di medicinali e sudore, troppi tubi che gli uscivano dal centro del torace, per poi rientrare da un’altra parte, lateralmente, trasportando liquidi densi, troppi stracci a terra, troppo blu il pavimento.

Chissà perché, chi ti salva la vita, ha spesso un aspetto triviale, come se si rifiutasse di ricevere sulle spalle quel fardello del doverti salvare e farsi idealizzare per sempre, ha bisogno di tenerti a distanza, di alimentare una brutta immagine di sé, di non darti troppa corda, di squadrarti con sufficienza, te, la tua disperazione, le tue domande sul “andrà tutto bene, quando lo sapremo, dove posso aspettare che l’intervento finisca?”

Il chirurgo che doveva aggiustargli il cuore mi parve così: un crudele impostore con la sua vita tra le mani.

E l’avrei preso a bastonate se non fossi stata impegnata a svenire la prima volta.

Quando ho riaperto gli occhi, ero in una stanza dove aspettava altra gente. Nessuno prestava attenzione a me e al mio tentativo di rimettermi in piedi. Le undici e mezza di sera. Ronzii, bisbigli, grida in lontananza, bip, bip, bip, bip.

Iniziavo a ricordare.

Il tassista mi aveva chiesto dove andavo di bello e io: “il mio ragazzo ha avuto un infarto, lo stanno trasportando in ambulanza verso Tor Vergata per operarlo, sto cercando di raggiungerlo”. L’avevo detto con didascalico dolore e occhi gonfi. Lui m’aveva dato un’occhiata dallo specchietto retrovisore per poi accelerare, imboccare strade mai viste prima, bruciare un semaforo, bestemmiare per una coda, inchiodare di fronte al pronto soccorso, farmi pagare solo metà corsa e andarsene velocemente.

Verso l’una di notte credo d’aver iniziato a bere caffè della macchinetta e a pregare. Le due cose non potevano più essere separate. Immaginavo il suo grosso cuore che smetteva di battere e una ferraglia luminosa che lo punzecchiava, lo tagliuzzava, lo ricomponeva, ne spostava pezzi. Immaginavo il filo di sangue che l’aveva tenuto vivo fino a quel momento. Che gli aveva consentito di camminare, parlare, andare a lavorare, accarezzarmi i capelli. Un singolo filo di sangue al quale tutto il suo corpo s’era aggrappato per non si sa quanto tempo.

Verso le due sono svenuta la seconda volta.

Alle tre di notte un infermiere con gli occhiali tondi che somigliava molto a John Lennon mi ha detto: “se l’è vista brutta, ma tutto a posto, domani pomeriggio lo svegliamo, ora vai a casa”.

“Quanti bypass?”, ho chiesto.

“Cinque”.

Non sono svenuta una terza volta, ma ci sarebbe stato bene.

4 risposte a "Cinque"

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