Solo una cena di lavoro

Seduti al tavolo di un ristorante lussuoso sei uomini accolgono me e la mia collega, appena arrivate da Roma.

– Un po’ di bollicine? E’ il quesito della cameriera che ha una cravatta nera con un nodo perfetto.

-Sì, grazie – io – No, grazie – la mia collega, poi si tocca la pancia di sette mesi sorridendo placidamente, senza perdere il fascino della sua bocca rifatta.

Il nostro arrivo non sconvolge il business, non rallenta il mercato e le sue leggi, i sei uomini non interrompono i loro discorsi, noi veniamo presentate sommariamente, ma sono certa che ci sia stato un approfondimento tra loro prima, perché ognuno, partendo dal proprio ruolo nella faccenda, ci guarda in modo differente.

Il venditore veterano, ormai fuori dai giochi, chiamato in qualità di consulente, dopo un passato glorioso sul campo a macinare chilometri e soldi per l’azienda, è caldo, lusinghiero e vagamente ammiccante. Ma non è a lui che noi due signore potremmo pestare i piedi, per cui se lo può permettere.

Il delfino del capo, brasiliano, alto due metri, mani grandi come asce e occhi piccoli, si auto assegna il ruolo di sintetizzatore dei concetti altrui e, ogni venti minuti circa, “provo a ripetere quello che ci siamo detti fino ad ora, per fare il punto”. Con noi è freddo e circospetto. Sì, a lui potremmo rubare un po’ di scena, se ci assegnassero la gestione dell’evento: lui deve far carriera, deve dimostrare che è bravo e porta risultati, che ha idee geniali e sa fare il punto ogni venti minuti.

I due chirurghi: l’occhialuto maxillofacciale convertito allo smercio di botox è molto concentrato sulla questione esplicativa dell’evento: “vorrei che passasse questo messaggio, vorrei si capisse che, vorrei procedere per punti”. Il barbuto nanerottolo con il libro in uscita redarguisce il cameriere più giovane perché “non ti sei ricordato di mettermi la salsa a parte? Ma come, se sto sempre qui!” e lo dice scherzando, ma non scherza un cazzo. Gli stronzi non scherzano mai. Gli stronzi ci provano senza riuscirci da tutta la vita. Tira fuori soluzioni che complicano, ma le pretenderà, e ci guarda con tenerezza, come si farebbe con due ragazzine spaesate appena presentate in società dalle famiglie ricche.

Il grande capo non ha neanche cinquanta anni, è al secondo matrimonio, alla seconda barca, alla milionesima cena come quella, intorno a lui ruota un impero fatto di gente vanitosa, di denti sbiancati artificialmente, di accenti meridionali violentati per sembrare nordici e di contatti importanti a vari livelli.

Lui è molto aperto e gentile con la mia collega, meno con me. Io sono il corpo estraneo, il supporto per lei, non ho alcuna autorità effettiva, alcuna delega contrattualizzata, alcuna amicizia altolocata da spendere, sono lì in ascolto, per capire se “posso dare una mano”.

E, infatti, ascolto, mangio sarde deliziose, bevo le bollicine che la cameriera mi offre di tanto in tanto, sorrido senza bocca rifatta, faccio qualche domanda innocua, prendo appunti sul cellulare – no, non mi sono presentata con un’Ipad – trovo il tempo di assentarmi dalla conversazione, chattare e Twittare, poi, ma solo poi, assesto qualche domanda vera, più ficcante, più utile a capire davvero.

E’ allora che il brasiliano inizia a diventare insofferente e, nel suo agire apparentemente naturale, prende forma il piano per rimettermi al mio posto. Ma io sono già al mio posto e non mi muoverò di un millimetro senza un contratto che definisca il come, il dove e il quando del mio eventuale movimento neurale, nella sua danza più semplice. Non mi offende la sua scarsa collaborazione, semmai, me l’aspettavo. Non mi metterò a scalciare: i muli scalciano. Non cercherò alleanze sottobanco: i falliti lo fanno. Non mi sentirò estromessa o poco considerata se non sarò della partita, se non sarò scelta: ci si sceglie reciprocamente o sono solo guai.

È solo una cena di lavoro. Una di quelle alle quali si potrebbe anche fare a meno di andare. Una di quelle dove non si decide niente che non sia già stato deciso altrove, dentro stanze più chiuse, ma la prassi organizzativa necessita forme di socialità usate come reti di protezione per quando le cose vanno male ed è necessario spalmare le responsabilità su più soggetti.

Controllo quanto lungo è diventato il pelo sul mio stomaco e decido che, probabilmente, è ora di farlo biondo.

3 risposte a "Solo una cena di lavoro"

  1. Il bastone d’appoggio è essenziale nelle cene di lavoro occidentali dove tutto è già stato deciso, prima.
    A oriente l’ultima volata si tira a cena e le modalità sono leggermente diverse, pianificate nel come e quando.
    Comunque hai descritto bene…la cena 😉

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...