Zoo

Franz guardò fuori della finestra pensando che avrebbe dovuto tagliarsi i capelli.

Sette mesi d’arresti domiciliari lo avevano trasformato in una specie di figlio dei fiori. Non era stata una grande idea quel furto, ma si fanno strane scelte, a volte.

Aveva trascorso gran parte di quel suo tempo in mutande, appoggiato al davanzale, grattandosi i tatuaggi sul torace, ma quel giorno s’era svegliato senza riconoscersi troppo e non ne poteva più di tutta quella pelle nuda, né del suo corpo magro.

Cercò di curare il suo fastidio indossando una canottiera arancione e un paio di pantaloni beige.

Take me to the river “- trasmetteva la radio sullo scaffale, Franz le diede un’occhiata malinconica – ” jump in the water ” – mosse le labbra, senza emettere alcun suono.

Passeggiò per la stanza qualche minuto, seguendo una traiettoria invisibile che conosceva bene. Stava temporeggiando. I vestiti cominciarono a dargli fastidio. I pantaloni beige erano rigidi come lamine d’acciaio e la canottiera emanava uno strano odore. Franz si palpò qua e là come per rimettere le cose a posto, ma non si concesse nemmeno per un attimo il pensiero di spogliarsi di nuovo. Non gli piaceva tornare indietro.

Prese posto sul davanzale. Il tizio calvo era in ritardo anche oggi e la bestia doveva avere fame.

Franz aveva smesso da un pezzo di sentirsi parte del mondo, ma, di certo, si sentiva parte della bestia.

La parte più vera di sé era come la bestia.

Un giorno, sarebbe corso giù in strada e avrebbe spaccato la faccia all’inserviente di quello zoo.

Subito dopo l’arresto, s’era spinto con la testa nel cuscino per giorni, gridando e piangendo. Sua madre aveva cercato continuamente d’entrare in casa, ma non c’era stato verso. L’ultima volta gli aveva portato del minestrone in un pentolino giallo, ma, all’ennesimo rifiuto d’accesso, l’aveva scaraventato contro la porta e se n’era andata. Da allora si sentivano solo per telefono.

Poi, senza una ragione particolare, aveva deciso di sollevare la testa e guardarsi intorno. Era costretto in quel posto e doveva abituarcisi, ormai. Familiarizzare con la compagnia dei soli oggetti, dei pezzi di esterno appena visibili: il letto, la radio, le finestre, la porta con le tracce di minestrone rinsecchite, un fosso sul lato Ovest, lo zoo ad Est.

Già, lo zoo.

Unica concessione alla vita: la bestia. La bestia, lui, aveva imparato a conoscerla. La bestia non aveva più voglia di guardare fuori, se ne stava abbandonata in un angolo a scontare la sua pena incomprensibile. Franz aveva passato mesi interi a fissare quella selva d’inferriate dall’alto della sua gabbia personale, sentendosi un’estensione dello zoo. Felino da appartamento. Avvertiva perfino il morso violento della fame quando l’inserviente calvo tardava a portare carne fresca per il pasto. Una sorta di ultima, assurda empatia con il mondo esterno.

La bestia non aveva colpe, né conti da saldare, né madri da deludere, eppure il suo corpo possente giaceva incollato al cemento, come una pelle già morta. Franz impazziva di rabbia. A volte l’animale alzava il muso, lo dondolava un attimo, come a scrollarsi da un coma. Il giovane sperava sempre di vederlo distruggere le sbarre e dare il ben servito ai suoi carcerieri. Invece restava lì, immobile, crollando sull’altro fianco.

Quel giorno di luglio il tempo passò con una strana fretta. Franz tirò la cicca della sigaretta di sotto, si setacciò ancora i lunghi capelli. Un bel taglio. La normalità.

Ammirò il tramonto in posizione eretta, come se il sole l’avesse richiamato all’ordine, poi decise. Il suo diaframma s’appiattì, spolverò un paio di ricordi, ma sentì subito di poterne fare a meno. In uno c’era sua madre che lo applaudiva durante una recita scolastica.

Mai guardare indietro. Mentre cacciava in tasca qualche attrezzo, si chiese se fosse senso di giustizia, il suo, ma fu ignorato dalla propria coscienza e non arrivarono risposte.

Era arrivato il buio della notte e, dal fosso, saliva un odore di terra, pietra e piccoli fiori selvatici. Gli parve che quell’atmosfera fosse un distillato di perfezione.

«Una notte in cui si sceglie la libertà è più chiara e luminosa delle altre», pensò, concedendosi un istante di romanticismo.

La recinzione dello zoo era più bassa del previsto, gli era sembrata diversa dall’alto. I suoi muscoli erano intorpiditi dallo scarso movimento, la schiena leggermente inarcata, si sentì goffo, debole e pieno d’odio. Conosceva la strada, l’aveva percorsa ogni giorno insieme al cranio lucente del calvo, mentre distribuiva il cibo agli animali.

La bestia gli fu di fronte per la prima volta. Enorme eppure battuta. Franz riconobbe il suo sguardo in fondo a quello dell’animale e si fece pena. Provò pena per sé e per la sua natura.

Si strofinò la faccia, cercando di capirsi meglio, di ascoltarsi fino in fondo. Non seppe più bene cosa volesse fare. Pensò ai titoli dei giornali, agli altri cinque mesi da scontare, ai simili che imprigionano i simili.

Estrasse il cacciavite dalla tasca, prese ad armeggiare furiosamente con la serratura e, sperando che la bestia lo divorasse subito, aprì la gabbia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...