Parto

Cristina ha partorito da tre mesi e io la vado a trovare.

Porto con me un dono banale dentro una busta troppo grossa. Credo sia tradizione.

Cristina ha 46 anni e il buon Dio, altrimenti detto “inseminazione artificiale”, le ha regalato due gemelline.

Le gemelle non si somigliano affatto, non sembrano neanche sorelle e mi viene in mente che, forse, le ha rapite da qualche parte.

Mi guardo intorno, ma non c’è polizia sotto casa sua, per cui, mi pare tutto a posto.

Le porgo il regalo, lo scarta, è entusiasta. Credo sia tradizione.

Cristina è sempre stata una bella donna.

Ha il portamento giusto, l’espressione giusta, le tette giuste, i capelli giusti e, quando scarta un regalo, ci sa fare.

Le dico: “sei ancora più bella”, lei sorride, interrompendosi la faccia e si volta poco a guardare le figlie.

Non ho mentito: la trovo molto bella, solo che non è più lei. E’ un’altra donna.

Mi dice d’essersi truccata per la prima volta dopo tanto e la cosa le fa strano perché non avrebbe comunque il tempo di guardarsi mai allo specchio e controllare che il mascara non le si sia sparso sul viso, misto a bava di bambino.

Mi affretto a dire che posso telefonarle ogni mezz’ora per ribadire che è stupenda.

Lei ride, stavolta, si passa la mano tra i capelli: “….e il peggio deve ancora venire..”

Non so se capisco davvero cosa intende perché, in quel momento, una delle piccole inizia a strillare.

Un pianto disperato e senza direzione. Lei prende la bimba e la culla, la bacia, la picchietta, la accarezza, la solleva, le aggiusta il bavaglino, se la posa sulla spalla, la rimette giù.

Io sono ipnotizzata dai suoi movimenti e dalla rapidità coi quali li ha imparati.

Lei, che, mentre era ancora incinta, mi confidava, preoccupata, di non sentire niente, di non percepire alcuna grazia, alcun amore viscerale, alcuna luce interiore. Si sentiva una balena e basta. Ecco tutto.

Rimette la bimba dentro un affare che dondola. Si siede accanto a me sul divano, mi parla, mi sorride, mi fa domande, più volte la stessa, anche, senza assorbire le risposte. La mia presenza non la solleva. È come se stesse portando il mondo a spalla da un punto all’altro dell’universo. In silenzio.

L’altra bimba cerca di strozzarsi con la sua stessa vita e lei, pronta, si alza e, di nuovo, solleva, picchietta, distribuisce gocce marroni.

Mi chiede scusa. Le dico che non ce n’è bisogno. Una gemellina ride.

Noi la seguiamo a ruota, poi piombiamo nel silenzio. Perse.

E lì ho capito perché si chiama “parto”: perché, in qualche modo, te ne vai per sempre.

15 risposte a "Parto"

  1. Sì. Vai via, destinazione ignota. Vai per non tornare, su un treno in corsa che non ha fermate. Ti perdi e ti ritrovi tra i vagoni e non sei mai la stessa; e ciò che ti è intorno muta con la rapidità del tuo andare. Non sempre hai voglia di continuare il viaggio, le gambe non reggono, eppure devi.
    No, non sei più tu, divieni altro e non lo puoi o vuoi impedire; solo lo accetti.

  2. Scrivo qui il mio pensiero completo, ché su Twitter non sarebbero bastati i caratteri: Un lettore superficiale, interpreterebbe il tuo racconto come l’ennesima dimostrazione di come la società attuale ci abbia portato a dimenticare i principi fondamentali della nostra esistenza. Invece la tua visione distaccata della maternità, contrapposta alla condizione attuale della tua amica, anch’essa molto fredda prima di partorire, sono a mio parere un ottimo spunto di riflessione per tutte quelle donne combattute sul voler diventare o meno madri.

  3. continuo a leggere e cerco di evitare di commentare ogni post… ok così fa troppo adulatrice. – Riprovo-
    sai? sei davvero brava, mi piace! (no così è da sedicenne)
    senti, sei forte. (ecco questo mi si addice, ma non con sconosciuti)

    ok opto per un “grazie”, nel mare magnum del blogging ho trovato una curiosa conca deliziosa.

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