Fenomenologia dell’esperienza natalizia e dell’inevitabilità

“Gli addobbi di Natale non si toccano perché sono delicati” mi venne chiarito da subito.

Ma, forse, aveva più senso dire che solo io non potevo toccarli perché avevo la vaga sensazione che gli altri componenti della famiglia li toccassero, li tirassero, li maltrattassero, ci palleggiassero, anche, ma non potrei giurarlo.

In quel frangente, compresi i concetti di “incoerenza”, di “disuguaglianza”, di “ghetto”, ma non me ne curai poiché il mio obiettivo era la palla color cobalto.

La palla color cobalto era regalo di una vecchia zia e veniva custodita come una reliquia dentro un cartone rinforzato, lontana da altre palle plebee, prive dello stesso valore.

“Posso appendere io quella?”, indicavo la palla proibita col ditino.

“Assolutamente no! È un regalo, sai? È fatta di vetro, sai? Non ne fanno più così, sai? Te la ricordi la zia?”

Non me la ricordavo. E continuavo a non capire il timore reverenziale nei confronti di quel fregno di vetro, sapevo solo che il mio desiderio di metterci le mani sopra, esaminarlo da vicino e, che ne so, giocarci a schiantarlo contro il muro per vedere che succedeva, era sempre più intenso.

Le giravo intorno con golosità, attendendo un attimo di distrazione altrui per poterla afferrare e carpirne i segreti millenari.

“Tu appendi questo, ok?”

L’alberello rosso di plastica. Una cagata di addobbo.

Il più brutto, informe, inelegante fronzolo del nostro albero natalizio.

Mi rigiravo quel coso tra le mani tutti gli anni, cercando le motivazioni profonde della mia sorte infame, del mio essere rifiutata come membro della società civile, della totale sfiducia nelle mie capacità critiche e nella mia manualità.

Mio fratello appese in alto la palla color cobalto e tutti fecero: “ooooooh…”, rimirandola con incanto.

Nessuno faceva mai “oooooh” per l’alberello rosso di plastica, anzi, dovunque tentassi di piazzarlo non andava bene: troppo basso, troppo che non si vede, troppo vicino all’altro ninnolo.

Covavo dentro di me un sacro vaffanculo di Natale, quando il gancio della palla color cobalto cedette sotto il peso del vetro e la sfera si schiantò sul pavimento, brillando come un fuoco d’artificio.

Mi madre urlò, mio padre bestemmiò, mio fratello non fece niente, come da tradizione.

Ritrovammo in giro per casa schegge color cobalto fin dopo Natale, a ricordarci che non necessariamente eccedere in scrupoli e timori ci mette al riparo delle sfighe.

E, tutto ciò premesso, buon Natale.

6 risposte a "Fenomenologia dell’esperienza natalizia e dell’inevitabilità"

  1. Penso che tu abbia colto una delle cose più difficili della vita: imparare a non investire troppo negli oggetti,nonostante il loro fascino e la fatica per ottenerli.Buon Natale ❤ Cri

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