Non sono una free lance, sono una poesia

Quella di essere free lance, per me, non è stata una scelta ponderata, come capita a molti dopo anni frustranti in un’azienda, che poi si decide di fare il salto: è stato un colpo di testa.

Venivo da una piccola, ma durissima, esperienza imprenditoriale ed entrare in una grande multinazionale in sostituzione di maternità, di fatto, mi serviva solo per andarmene dalla mia città. Non sapevo quanto sarebbe durato. Il mio problema principale era guidare dentro Roma senza morire.

Ammetto che, per un po’ mi sono goduta il fasullo prestigio che dava avere un ufficio, un badge, l’accesso a dei contenuti riservati, la convocazione ai meeting, anche se ascoltavo solamente. Io, di telefonia, non ci capivo un cazzo. E non ci volevo capire neanche di più. Avevo lo sguardo rivolto all’orizzonte e quell’orizzonte includeva cenare tutte le sere con cracker e formaggio spalmabile davanti alla tv, per non spendere (l’affitto già mi svenava), noleggiare qualche film (ho cercato subito la videoteca più vicina a casa, no, non c’era Netflix), fare amicizia, ma non era indispensabile. Ero in transito: volevo tutto e niente.

Mancava un mese alla fine del mio contratto quando ho deciso di mollare. Così. Senza avere altre offerte di lavoro. Senza capire realmente dove mi portasse quella scelta e cosa ci avrei guadagnato o perso.

Il giorno della mia decisione irrevocabile sono salita all’ottavo piano, dalle risorse umane, due stronze che me le ricordo ancora oggi: una coi capelli rossi tinti, l’altra che non ti guardava mai in faccia.

“Devo lasciarvi”, ho detto. Molto semplicemente.

“La dirigente lo sa?”, sì, lo sapeva. L’avevo informata e non mi era parsa sconvolta. Il turn over in quel posto di merda era consolidato.

Ero così felice di quel salto che sono andata in un forno e ho comprato un vassoio di biscotti.

I colleghi (o meglio, gli ex colleghi) mi guardavano attoniti.

“Sembri sollevata..”

Lo ero.

“Avresti potuto finire il mese, magari ti rinnovavano il contratto”.

“Va bene così”.

“E che farai?”

“La formatrice free lance”.

“Cioè?”

“Non lo so ancora”.

Avevo già la partita IVA della mia vecchia attività: l’avevo sospesa, ma non chiusa. Era stata una mossa saggia. So essere anche saggia quando non sono impegnata a fare come mi gira.

E così è iniziato un gioco di cui non conoscevo fino in fondo le regole e che mi ha fatto invecchiare di dieci anni per ogni anno, mi ha regalato la stessa frustrazione, lo stesso disagio e le stesse paturnie che avevo provato in quei mesi d’azienda, ma moltiplicati per quattro.

Ho conosciuto la sensazione di dovermi inventare il lavoro ogni giorno per vivere e, Cristo, me lo sono inventato. Letteralmente dal niente. Senza competenze. Senza un progetto. Senza esperienza. Senza un business plan. Senza un sogno. Senza aiuto. Senza raccomandazioni.  Senza niente.

E, forse, non sono andata esattamente nella direzione che avevo in testa, ma sono andata.

Ho, quindi, elaborato la mia personalissima visione di questo ruolo: sei una professionista, ma anche una merce, un mezzo, un rapporto costo-benefici, una soluzione temporanea, un cibo che scade e viene gettato, un piede di porco per aprire una serranda difficile, un parafulmini per quando c’è tempesta, un minuscolo Messia, una lavoratrice di serie C, l’ultimo degli invitati, il primo dei colpevoli, la cena cracker con formaggio spalmabile tutte le sere, la spiaggia mentre il resto del mondo è in coda, le 6.30 del mattino tutti i giorni, il linguaggio che deve cambiare ogni minuto, la forza interiore di non ammazzare nessuno, sei un mucchietto di ossa e valore, sei i treni, gli aerei, i panini cattivi nei bar brutti, le colazioni internazionali negli alberghi belli, sei sostituibile, sei eliminabile, sei bravissima, ma anche inadeguata, sei la voce piccina tra le voci grosse, sei senza identità, ma le hai tutte e, se sopravvivi a questo, sei anche la piccola poesia geniale, in mezzo a una vastissima prosa scadente.

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Una risposta a "Non sono una free lance, sono una poesia"

  1. Quel triste giorno ero ancora un bambino per capire nel profondo l’orrore che le immagini televisive trasmettevano, ricordo solamente il dissenso di mio padre nel vedere che comunque si sarebbe giocato lo stesso, mentre mio zio difendeva quella decisione poiché pensava che sarebbe stato ancora peggio non giocare. Sicuramente non fu una finale di calcio. Le domande che Lei pone inerenti al suo libro, di riflesso, mi hanno ricordato quelle che mi sono fatto io quando ho autopubblicato il mio romanzo “Le Ballate di Ozium”. Mi rivedo in tutto quello che Lei ha postato, chi scrive sa quanta fatica e tensione si nascondono dietro la creazione di un’opera letteraria, molti pensano che fare lo scrittore sia un mestiere bellissimo, certamente lo è, che per chi raggiunge il successo è fonte di ricchezza; come dire, soldi facili scrivendo raccontini. Invece non è proprio così, le persone che scrivono non solo per passatempo, sanno a cosa mi riferisco. Sguardo perso dentro pensieri nascosti, mentre i colleghi o gli amici ti stanno parlando di cose che tu fai finta di ascoltare, certe notti passate davanti al monitor, una volta macchina da scrivere, ad inseguire una frase o a descrivere un’emozione che non sai come trasmettere ai tuoi potenziali lettori, oppure, questo mi capita spesso, cercare un pezzo di carta per catturare un’immagine o una parola mentre stai camminando in macchina, certamente scrivere non è come andare a lavorare in miniera… ma c’è nella scrittura, nella creazione di un’opera, giustissima la figura del figlio da Lei richiamata, una dignità così bella e per certi aspetti così altamente etica, da giustificare tutte le nostre domande. Domande che non sono altro, almeno credo, paure tutte nostre che ci portiamo dentro, ecco paura di avere buttato il nostro tempo, le nostre relazioni, in qualcosa che forse non ci porterà nulla. Perché scriviamo? sinceramente non lo so, o forse non voglio analizzarlo… ma se dentro di Lei, come credo, c’è il desiderio di non smettere, allora, forse, non ha senso porsi domande sul destino di quello che scriviamo ma accettiamo di vivere la nostra esistenza scrivendo, poiché questo la vita ci ha donato.

    P.S.

    Naturalmente le auguro tutto il bene per il suo libro.

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