Di mio padre ricordo quando gli porgevo la cornetta di un telefono giocattolo e lui faceva “pronto?” scatenando la mia gioia e profonda soddisfazione.

Cenava tardi perché tornava tardi. Tornava tardi perché la vita era dura. Io non lo sapevo ancora e segnalavo la mia presenza attraverso piccoli gesti rompicoglioni che non sembravano infastidirlo più di tanto. Forse gli davano addirittura la misura del perché si fosse scelto quella vita.

Spesso cenava con delle uova all’occhio di bue e io gli prendevo la forchetta e spappolavo i rossi, facendoli colare ai bordi del piatto. Lo facevo tutte le volte. Lo facevo quattro sere alla settimana.

Lui guaiva per finta, io ero entusiasta. Poi mia madre mi prendeva e mi sbatteva da qualche parte perché “non disturbiamo papà che mangia”. Mi ricordo di loro due che parlottano durante il pasto senza ridere neanche una volta perché, se la vita è dura, in fondo, che cazzo ti ridi?

Si addormentava sul divano e russava fortissimo. Io lo fissavo per capire meglio la natura di quella presenza-assenza che si materializzava la sera tardi e svaniva la mattina presto. Come un sogno, come un fantasma o un semplice prodotto della mia mente.

Con la luce del giorno sapevo che non lo avrei trovato da nessuna parte e mi attaccavo alla gonna di mia madre cercando attenzione. Non sapevo come spiegarglielo, poiché conoscevo sì e no una decina di parole, ma avrei voluto confrontarmi lungamente con lei e approfondire le questioni legate alla vita dura, ai telefoni giocattolo, alle uova spappolate e a quel tizio che viveva in casa con noi, ma era sempre altrove.

Quando mi andava proprio bene, riuscivo a dirle: “Pà!..”, lei neanche mi cagava. Forse pensava stessi facendo esercizi di dizione e mi carezzava i capelli finissimi e biondi. Non era un gran risultato in termini concettuali, ma le coccole mi parevano comunque meglio di niente. Dimenticavo in fretta le mie ambizioni e tornavo ad afferrare il telefono giocattolo.

Certe volte Pà non tornava proprio e, infrangendo ogni mia convinzione sul ritmo delle sue apparizioni, si faceva vedere di mattina presto, mentre chiudeva dietro di sé la porta di casa pianissimo.

Mia madre gli passava accanto paonazza di dispiacere, ma non si fermava a parlare con lui, a chiedergli spiegazioni. Gli passava solo accanto e lo guardava, poi procedeva il suo percorso verso altre stanze della casa.

Lui mi sfiorava i capelli per qualche istante, poi si infilava sotto la doccia.

L’alba si consolidava rapidamente in giorno e noi tutti giocavamo alla famiglia felice.

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9 thoughts on “

  1. Un giorno riuscirò a scrivere anch’io di mio padre. A volte compare di striscio in qualche fotografia sbiadita e neanche troppo della mia vita. Come fosse una comparsa proprio, eppure sono ben consapevole del suo ruolo di protagonista. Forse ci riuscirò anch’io e sarà quando non correrò più neanche il minimo rischio che possa leggermi.

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