Per strada, per caso

Si stava bene a casa sua. Usavamo il tavolo della cucina per studiare, nonostante entrambe non avessimo più l’età per farlo. Quel fatto di essere fuori tempo massimo ci aveva avvicinato senza bisogno di tante spiegazioni.

Da quando, quel primo giorno di università, lei si era seduta accanto a me, aveva estratto come un’arma un costoso blocco per appunti e una penna a sfera col suo nome inciso sopra, io mi ero ritrovata per caso una matita in tasca e il registratore non mi funzionava. Eravamo entrambe un disastro, ognuna a modo suo, ed era stato amore.

Nei pomeriggi di caffè e alta voce, fluiva, mimetizzato in mezzo alle nozioni, il racconto del nostro passato, del nostro presente e delle ambizioni future.

– “Appena piglio sta laurea, ti faccio vedere se non riesco a cambiare lavoro..”

– “Appena piglio sta laurea, me ne vado da questo posto di merda e ricomincio da capo..”

Ci porgevamo lo zucchero, ci passavamo gli appunti, respiravamo l’odore della pizzeria sotto casa ed era una meraviglia starsene al sicuro di ciò che una rappresentava per l’altra. Anno dopo anno. Intrecciate come fili di paglia di una stessa sedia, dentro l’osteria chiassosa che era tutto il resto.

La sua maternità senza un compagno vicino, il mio difficile rapporto coi coetanei, il suo lavoro in ospedale, le mie ambizioni, i tentativi, il doverci sempre accontentare.

E la maledetta laurea come obiettivo comune, come leva per sollevare il mondo o, quantomeno, le botole nelle quali eravamo state costrette a forza dalle contingenze e dalle necessità.

Morì il suo gatto. Pianse forte, poi piano, poi più forte e crollò sul divano maledicendo ogni singola scelta della sua esistenza.

Le accarezzai la spalla pianissimo e m’inventai un silenzio ancora più denso del silenzio perché potesse posare a terra le lacrime e consentire alle ferite di avere fine.

Il giorno della nostra laurea io pensavo a quel gatto e alle ferite che non hanno fine.

Ho continuato a pensare a quel gatto per anni, anche quando abbiamo smesso di vederci, sentirci, parlarci.

Forse ci pensa pure lei.

Magari una volta glielo chiedo.

Magari una volta ci incontriamo di nuovo per strada, per caso.

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7 thoughts on “Per strada, per caso

  1. Bellissimo pezzo, forte e travolgente come sempre.
    L’ultima tua frase mi ha fatto tornare in mente questi versi, che per me hanno peraltro un significato immenso (ma non è questo il posto per parlarne – è il tuo blog, non il mio):
    “Un giorno, forse, ci incontreremo per strada (non importa in quale mondo) e ci sorrideremo: sarà come riconoscersi. Oppure, se saremo nuovi, inizieremo un altro discorso.”
    (Cesare Viviani, citata a memoria)

  2. … e m’inventai un silenzio ancora più denso del silenzio perché potesse posare a terra le lacrime e consentire alle ferite di avere fine… Bellissima immagine, intensa, forte e delicata allo stesso tempo, complimenti.

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