Scorta

– Quello chi è? – provai a chiedere, ma non riuscii a controllare il tono.

In fondo, non ci si vedeva da mesi e io mi portavo dietro quella voglia invadente di ascoltare, raccontare, spaccare il capello in quattro come facevamo ogni volta che eravamo insieme.

E lui, invece, non era venuto da solo.

– Nessuno, non è nessuno – si abbottonò il cappotto perché era novembre e l’aria del centro città s’incanalava in modi malvagi tra gli edifici.

Prendemmo a passeggiare in modo automatico, quei gesti che ti vengono quando tutti gli altri gesti sembrano paralizzati e perduti dentro l’impossibilità di capire.

L’uomo ci seguiva a quattro o cinque passi di distanza.

– Non mi avevi detto che saresti venuto con un collaboratore, potevi dirlo – mi spostai la borsa da una spalla all’altra per non porre ulteriori barriere tra noi.

– Non è un collaboratore. Ma dimmi di te, ti prego. Sai cosa non sono capace di fare? Sapere poco di te. Non lo so, è come se avessi meno sangue del previsto in corpo. Qualcosa s’inceppa e non sa trovare una strada.

Gli ispezionavo il profilo con stupore. Cosa mi stava chiedendo di fare? Di ignorare un estraneo a meno di un metro da noi? Un estraneo che era arrivato con lui?

Provai a stare al gioco, confidando che una spiegazione sarebbe arrivata. Intanto, con la coda dell’occhio coglievo la sagoma dell’uomo, il suo incedere prudente e ritmato. Aveva scarpe da tennis e pantaloni pesanti. Mani in tasca. Forse una cicatrice vicino alla bocca. Ma non ero certa.

– Vediamo, cosa posso raccontarti di poco compromettente?

Mi ha preso sotto braccio e, continuando a camminare, ha farfugliato una risposta a caso. Non mi stava ascoltando, ma, ogni passo, mi stringeva di più.

A quel punto, ho finto di voler vedere una vetrina e mi sono fermata. Lui si è fermato, l’altro si è fermato. Ho squadrato l’uomo che ci seguiva per accertarmi che fosse vero. Poi ho visto la pistola.

Un leggero riflesso sulla vetrina ne ha rivelato il calcio. È sparito subito.

Mi sono voltata. Lui guardava un punto sopra la mia testa, le labbra strette, un po’ di condensa sugli occhiali.

Gli ho preso la mano. Era grande e morbida.

– Ti ricordi quando siamo stati a Malta? – ho ripreso a camminare, stringendo più forte, cercando di strapparlo alla follia di quel momento. Di tutti i momenti. E di regalargli un pizzico di normalità.

La normalità non mi è mai sembrata così speciale.

 

Queste poche righe sono dedicate a tutti coloro che, per motivi che non si possono neanche immaginare, vivono sotto scorta.

Alle loro compagne.

E alle loro scorte.

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2 thoughts on “Scorta

  1. Vedo in Roberto Saviano, indipendentemente dal gradimento delle sue opinioni, l’emblema di questa difficile vita da scortato. Provo tristezza in ogni sua apparizione e dopo aver letto il tuo racconto penso che sono proprio e solo quei momenti televisivi a permettergli quella stupenda normalità che gli è negata ovunque.

    Amo i tuoi racconti.
    robi

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