La burocrazia o la vita

Insomma, ci stavano rapinando. Non erano neanche le undici di sera e ci stavano rapinando. Erano entrati come semplici clienti, maniche corte e un leggero tanfo alcolico sulla pelle. Ti metti a urlare se entrano due così? Chiami la polizia? Li guardi quell’istante in più, poi cominci a sentirti razzista, i tuoi anni di studi ti bacchettano le dita, i giornali che leggi, i libri che compri, gli ambienti che frequenti, si compattano tutti in un’unica voce gutturale radiofonica che ti spacca in due il cranio: “smettila di aver paura del diverso”.

Non ti puoi permettere la paura perché non fa “persona colta e per bene”.

Ché magari la paura ti salverebbe, ma poi vivresti come una che ha reagito non perfettamente secondo i canoni della reazione d’autore e, dunque, che vita grama sarebbe?

La pistola, forse, era anche finta. Un giocattolo di morte, tenuto con fatica tra dita tozze e sporche. Non mi venne da urlare neanche per la pistola. Un’arma contro ti sveltisce gli occhi, ma rallenta tutto il resto. L’adrenalina la senti, ma non puoi usarla. Il tuo corpo stocca neurotrasmettitori e succhi. Ti trasformi in una provetta gigante. Ristagni. Immobile.

“Restate calmi..” fece uno, con una dizione da attore. L’altro, muto, un passo indietro, cercava di coprirsi la faccia col braccio, come se si stesse proteggendo da una luce accecante.

“I soldi della cassa”, ordinò quello con la pistola. Noi eseguimmo. L’altro capì che non poteva diventare invisibile ai nostri occhi e si rilassò. Prese a ispezionare il negozio, senza mai allontanarsi troppo dal complice e dal raggio d’azione di uno sparo.

Fummo rapidi nell’offrire quel che c’era, sperando di non restarci secchi, incapaci di elaborare altri piani.

“La borsa…” Voleva la mia borsa, cazzo. La paura lasciò il posto alla tristezza, allo scoraggiamento. Visualizzavo l’interminabile procedura per riavere il passaporto, la patente, la carta d’identità, il codice fiscale, le code, il caldo, la lentezza, la maleducazione, la puzza di umanità nei locali, sulle sedie, nell’aria, alzarsi all’alba, il tempo maltrattato, le fototessere spettrali, i soldi, i bolli, i versamenti, altre code, firme, fogli, altri fogli, altre firme, gli occhiali rovinati della signora allo sportello, i capelli tinti del tizio che le spiega come sbloccare il computer impallato, i “premi qui, alt, canc, avvio”, mentre tu fremi e bolli e fingi di sorridere, ma la vorresti tu, un’arma, anche finta, con la quale minacciare e dissolvere la tranquillità incosciente di chi hai di fronte.

“…i documenti….” dissi, con un tono lagnoso e confidenziale, come se stessi parlando con un familiare che mi rompeva le palle e non con uno sconosciuto armato, probabilmente ubriaco, pronto a farmi un buco in testa.

Ci hanno pensato su, ma non doveva essere la prima volta che un italiano si preoccupava più della burocrazia che del denaro o della sua stessa vita.

Mi hanno lanciato un’occhiata di compassione, poi sono usciti senza fretta, tenendo le banconote in mano, rimettendo il ferro nella tasca posteriore dei pantaloni.

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