L’ora d’aria

L’ultima ora di viaggio era stata cruciale. È stato durante quell’ora che avevo deciso di non vederlo mai più. Una decisione privatissima, fragile, eterea maturata dentro lo scompartimento di un treno zeppo di gente che tornava alle proprie case per il weekend. Le decisioni hanno spesso lo stesso tanfo del sudore nei treni del venerdì sera. Le decisioni puzzano di ammoniaca usata per detergere una macchia di sangue. Le decisioni sprigionano l’intenso miasma dell’alito dopo troppi bicchieri di vino, quando credi di essere lucido e, invece, caracolli da un lato, non trovi più le chiavi, non sai più bene chi sei. Le decisioni ti arrivano sotto forma di stimolazioni olfattive prepotenti, inevitabili e difficili da decodificare. Sentivo impellente l’impulso di spaccare il finestrino con un pugno e prendere aria. L’aria senza aroma di una sera confusa. L’aria sfuggente e spessa del vento contro. L’aria. L’avrei respirata tutta, l’aria del mondo, se solo fosse servito a darmi una nuova speranza. Ma le speranze non corrono veloci come i treni, hanno le loro stazioni e non si spostano di un millimetro a meno che non sia tu ad andartele a prendere.

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