Scegliersi

Esco di casa alle 7 del mattino e lei è già lì. Piccola, coi capelli neri e il muso duro. La signora delle pulizie abita nel nostro palazzo. Quando deve svolgere le sue mansioni indossa una veste leggera a fiori, anche quando ci sono tre gradi. Non guarda in faccia nessuno, tranne il suo secchio. Non saluta mai per prima, spontaneamente, poi, se proprio le hai rivolto la parola, ti bofonchia un suono gutturale imprecisato senza sollevare la testa dal suo pavimento. Perché quello è il suo pavimento, non quello del palazzo. È una roba che le appartiene poiché è lei che se ne occupa. Il suo non è un ruolo di servizio a una comunità, è l’esercizio di un presidio militare su una porzione di piastrelle. La signora delle pulizie sembra incazzata col mondo e, forse, ne ha motivo, ma nessuno sa quale sia e, soprattutto, nessuno capisce perché debba rientrare nel mondo che tanto la urtica. La signora delle pulizie non ti sgrida se passi quando ha appena dato lo straccio, si limita a sbatterti in faccia il suo silenzio se osi dirle: “oh, mi scusi”, tentando di spiccare buffi salti per centrare le chiazze asciutte di terreno. La guardo e mi domando se sorride mai o quando è stato il momento, il momento preciso in cui ha smesso di sorridere al prossimo. Poi, una volta, l’ho vista con un gatto in braccio. Uno randagio che bazzica il cortile da sempre. Quel gatto non si fa avvicinare da nessuno, è diffidente e permaloso. Se anche gli porgessi un pezzo di filetto non ti concederebbe neanche una carezza. La signora delle pulizie e il gatto erano uniti in un abbraccio che pareva una scultura: “donna incazzata con gatto insopportabile”. Erano inspiegabilmente belli e contortamente uguali. Da allora ho rinunciato a salutarla, a instaurare un dialogo, a fare battute sul pavimento pulito di fresco. Lascio che le creature si scelgano tra loro, naturalmente, istintivamente, senza forzatura. E cerco di non sentirmi offesa se la scelta non sono io.

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