Mai abbastanza (e buon primo novembre, mà)

Mi parve crudele che la sala operatoria fosse proprio accanto al reparto di neonatologia. Quel viavai di puerpere e bambini appena nati, portati in trionfo, festeggiati con stridore, accanto ai corpi consumati di chi usciva, piedi avanti, in fin di vita o senza vita affatto. Incroci autostradali di condizione umana. Indifferenza medica, lacrime di gioia, singhiozzi di disperazione, progetti per il futuro e nuovi nomi di persona, la ricevuta del posto al cimitero acquistato per metterci tua madre e il suo nome di persona. Tutto sullo stesso piano fetente e disinfettato. Tutto sotto i tuoi occhi mezzi appannati, drogati d’istinto, spenti per sempre.

Seguire. Seguire il suo viaggio finale, simbolico, misterioso, dentro un letto con le rotelle e le sponde laterali, dentro una bara col coperchio di mogano e una piccola croce di ferro, dentro un’auto che frena all’improvviso e “oddio, adesso cade, adesso cadono i suoi fiori”. Seguire. A distanza ravvicinata, lasciarle il suo momento, danzarle intorno e parlarle nella testa, parlarle con la bocca, rivelare, rivelare e chiedere, chiedere assoluzione, chiedere conferme, chiedere consigli. Un’improvvisa acquisizione di santità. Non era previsto. Era nell’aria. Perché l’aria sa tutto, ma non era previsto. Seguire e chiedere e rivelare e confessare e chiedere perdono perché, di certo, qualcosa, qualsiasi cosa, è anche colpa tua.

I suoi occhiali. I suoi occhiali rossi di plastica in una bustina trasparente. Gli infermieri non toccano gli effetti personali senza guanti. I suoi occhiali rossi leggeri con le lenti spesse. La mano dell’infermiera protetta, schermata, sotto il tuo muso, sotto il tuo capo chino, sotto il tuo naso che cola.

“Erano della signora questi occhiali?”

“Erano della signora”

“Tenga”

“Grazie”

Grazie. Grazie. Grazie.

“Abbiamo fatto tutto il possibile”

“Grazie”

“Condoglianze”

“Grazie”

Grazie. Grazie. Grazie.

Seguire e grazie. Seguire e rivelare e chiedere e farsi perdonare. E scandagliare. Cercare segni. Cercare messaggi per te. Grazie. Grazie. Grazie per essere venuti. E farsi baciare, farsi sbavare addosso, farsi afferrare, sentire la puzza dei vivi, offrirti al tocco dei vivi, alle superstizioni dei vivi, alle teorie dei vivi e “se ne vanno sempre i migliori” e “adesso ti conosce davvero, adesso vede il tuo cuore”. Sentire un brivido, poi il disgusto, poi la vergogna. Non essere abbastanza e desiderare di essere consolati per questo. In una debolezza senza fine che sopravvive anche alla morte.

2 risposte a "Mai abbastanza (e buon primo novembre, mà)"

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