Quarantanove

Studiarmi fino a tardi le rughe non mi fece ringiovanire. Ero arrivata a 49 anni, dunque, e il plaid che avevo comprato per coprire la cyclette, me lo portavo sempre addosso, in giro per casa. Una casa esposta a nord, fredda, poco luminosa. Una casa che mi era toccato abitare dopo tutto il casino di “no, è mia, no, la mamma l’ha lasciata a me” con mio fratello. Mi era toccato abitarla per dispetto. Avevo fatto la prima seduta spiritica al liceo. Era diventata una specie di moda tramandata da facilmente impressionabile a facilmente impressionabile: un foglio di carta, lettere dell’alfabeto con un cerchietto intorno, una monetina e un gruppetto di ragazzini col dito sopra. Funzionava, qualunque cosa fosse. La monetina si muoveva agile da una lettera all’altra, componendo le sue verità, senza che noi la toccassimo veramente. Ci vennero a trovare, nell’ordine: Gesù, la nonna morta di una tipa alla mia destra, uno sconosciuto molto incazzato per essersi accartocciato in un incidente d’auto e il demonio, particolarmente ostico da mandar via, quando finiva la ricreazione e dovevamo tornare ai nostri banchi. A uno di noi venne in mente di chiedere il giorno della nostra morte, subito dopo aver domandato se la Juve avrebbe vinto lo scudetto quell’anno, s’intende. Lo spirito ci aveva ammonito: “non ci sono squadre in Paradiso” per poi svanire, disgustato dalla nostra vacuità. Allora avevamo provato col secondo: “c’è nessuno?” – si iniziava sempre così – “sì”. Era una donna stavolta, non ci ha rivelato la sua età, né il suo nome. Però ha soddisfatto la nostra macabra richiesta. Danilo, a 70 anni, Francesca a 52, io a 49. Era una casa veramente fredda, forse più del solito, mi studiai ancora le rughe accanto agli occhi, non avevo gatti da accarezzare, non avevo figli, passai in rassegna i quadri alle pareti, gli oggetti sugli scaffali, i libri sulla testata del letto. I miei quattro romanzi ammiccavano in un angolo, sorrisi, sedetti sul letto, guardai l’orologio – ancora le 17.17, e mi misi ad aspettare.

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